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Torna a vivere l’azienda che fornisce cuori artificiali.

Nell’Emilia del terremoto.

12/08/2012
Gli americani non si sono tirati indietro, anzi. «Hanno continuato a fornirci le protesi cardiache nonostante il terremoto ci avesse distrutto tutto: i magazzini, gli uffici e, soprattutto, i prodotti da distribuire. In più, cosa fondamentale, le ditte Usa con cui lavoriamo da anni ci hanno congelato il debito pregresso presentandoci un piano di rientro serio e affrontabile in dodici mesi a tassi bancari bassissimi o, in alcuni casi, addirittura inesistenti». Al resto ci ha pensato un pizzico di divina provvidenza, che non guasta mai. La famiglia di un ragazzo a cui mesi prima era stato impiantato un cuore artificiale si è ricordata di questa ditta moribonda nella Bassa e ha fatto arrivare, attraverso la Regione Umbria, un container. Che Emilio Contini, 56 anni di forza e volontà, ha posizionato subito in giardino insieme a un altro. Il container più piccolo (6x3) è stato trasformato in deposito; il più grande (8x2) in un ufficio stipato di computer, telefoni e fax. Così è ripartita l’Artech di Cavezzo, azienda biomedicale specializzata nella distribuzione di valvole cardiache, rasa al suolo dal terremoto dello scorso 29 maggio. Di quel giorno rimangono le lacrime di Alessandra Albertazzi, la moglie di Contini, davanti alla sede crivellata dalle scosse: «Abbiamo perso tutto, dodici anni di lavoro. Non ce la faremo mai». Bastava aver visto Cavezzo in quelle ore per crederle: un paese bombardato. «Il quartier generale dell’unico distributore italiano di pompe Jarvik per l’assistenza ventricolare si trovava nel centro storico. Ma è andato giù, come un castello di sabbia, con un danno di oltre un milione di euro - racconta Contini a Linkiesta - Anzi ciò che ne rimaneva è stato demolito dal Comune senza nemmeno il preavviso: la delibera mi è stata mostrata tre giorni dopo, ma non voglio fare polemiche. Capisco che quei giorni siano stati d’'inferno per tutti. Ma io non mi sono arreso: mi sono rimboccato le maniche e ora siamo di nuovo in pista. Non potevamo buttare così dodici anni di fatiche quotidiane, come mi diceva sempre mia moglie. C’è stato un istante, subito dopo il sisma, in cui ho pensato: o metto in liquidazione tutto o riparto da qui». Prima che la benna delle ruspe spazzasse per sempre ricordi e fatiche, Contini è riuscito comunque in un obiettivo. Si è fatto recupero dai vigili del fuoco il server con tutte le cartelle cliniche, un database con 10mila nomi. L’Artech lavora con gli ospedali e le cliniche di tutta Italia e ha anche una sede a Bologna attraverso la controllata Lifemed. Prima del «botto» questa srl fatturava 7,5 milioni di euro all’anno. Una realtà importante in un posto non casuale. In questo spicchio di Emilia modenese ha sede il distretto biomedicale più importante del Paese. Un angolo produttivo ora in ginocchio: 9mila i lavoratori in cassintegrazione. «Ma tanti miei colleghi stanno ripartendo dal giardino di casa come me perché i capannoni o non c’erano più o sono tuttora inagibili. Fermarci per noi significa mettere in difficoltà il servizio sanitario nazionale». La salvezza di Contini e dei suoi venti dipendenti sono stati appunto i fornitori americani, che «appena saputo del terremoto ci hanno subito aiutati, inviandoci nuovi materiali per continuare a rifornire gli ospedali e i centri specializzati. Un cuore pesa meno di un etto e quindi non occupa spazio, all’inizio, prima che arrivassero i container, ce li siamo portati direttamente a casa nostra». Giorni difficili, di svolta, di decisioni, di conference-call con gli Usa. «Subito dopo la tragedia ho chiamato i presidenti delle società di protesi cardiache con cui lavoro da anni e con i quali ho un ottimo rapporto basato sulla stima reciproca. Loro mi hanno ribadito la fiducia nei miei confronti anche perché la vita dell’Artech è totalmente trasparente». Texas, Boston, New York: si trovano qui i quartier generali di Onix, Jarvik, Plc. Aziende leader nel mondo nella produzione di protesi salva-vita: piccoli marchingegni da una decina di grammi che messi nel posto giusto possono ridare la gioia. «Così i fornitori mi hanno congelato i debiti del materiale andato perso, circa un milione e duecentomila euro, poi insieme abbiamo studiato un piano di rientro a dodici mesi con decorrenza da settembre. Sistemato alla meno peggio il passato, ho pensato al futuro: a metà giugno ha ottenuto il primo ordine per ripartire. Ovvero: trecentocinquantamila euro». E così il programma per gli innesti cardiaci è tornato a battere: sei le operazioni effettuate a luglio in Umbria, Toscana, Abruzzo e Veneto. Ordini, telefonate, fatture, email, spedizioni: tutto coordinato da dentro i container. «Una soluzione tampone», mette le mani avanti Contini già proiettato verso un nuovo traguardo: una sede propria, «perché quella collassata era in affitto». E proprio in questi giorni ha concluso gli accordi con un’impresa di costruzioni di Trento specializzata nelle strutture antisismiche. Unica vera certezza: la location scelta per edificare il futuro rimane Cavezzo. «E faremo tutto con le nostre energie senza usufruire dei finanziamenti caduti a pioggia sul territorio: ci autofinanzieremo, la banca ci dovrebbe concedere un mutuo a tassi agevolati. Quanto costerà la nuova Artech? B è, mica poco: 500mila euro. Puntiamo a inaugurarla per Natale, per il taglio del panettone». Intanto, però, il Ferragosto si fa qui: «Io e mia moglie abbiamo disdetto le ferie in Sardegna e tagliato le convention che organizzavamo tutti i settembre. Saranno due anni durissimi, per noi». Servirà tanto cuore, ma è la specialità della casa. Simone Canettieri, linkiesta.it
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