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Trapianti: organi modificati prima dell’intervento.

La nuova frontiera si chiama “terapia genica”.

29/03/2010
Potrebbe essere la soluzione al rigetto cronico, che nel lungo periodo (10/15 anni) minaccia l’organo impiantato, costringendo il paziente a un nuovo intervento. Se trova un altro organo e se non muore nell’attesa. La terapia immunosoppressiva blocca il rigetto acuto, che si verifica a un mese dal trapianto, ma nel tempo non riesce a contrastare l’attacco costante dell’organismo contro il corpo estraneo, la cui funzionalità finisce per venire irrimediabilmente compromessa. Partendo da tali presupposti, l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Bergamo, il Corit (Consorzio per la ricerca sul trapianto di organi, tessuti, cellule e medicina rigenerativa) di Padova e il Centro internazionale di ingegneria genetica e biotecnologica di Trieste stanno sviluppando un progetto finalizzato a modificare geneticamente l’organo prima dell’innesto nel paziente, per evitare il rigetto e anche la terapia immunosoppressiva. Una tecnica presentata ieri a Milano e sperimentata con successo nel topo per il rene (e da poco per il cuore) ed entro la fine dell’anno destinata ad essere applicata alle scimmie, che verranno trapiantate nei laboratori di Padova. Il procedimento vede i ricercatori trasferire al rene del donatore, prima del trapianto, il gene che forma la proteina CTLA4Ig, capace di ridurre la risposta del sistema immunitario solo contro l’organo estraneo, in modo da evitare il rigetto. Il gene viene trasportato nell’organismo del ricevente da virus adenoassociati e inattivi, che fanno esprimere la proteina per lungo tempo. Gli animali che l’hanno ricevuta non hanno dato segni di rigetto cronico e possono stare senza terapia immunosoppressiva. Che, spiega il professor Giuseppe Remuzzi del «Mario Negri», a lungo andare espone il paziente a tumori e infezioni. «L’obiettivo è passare dal topo all’uomo—annunciano Remuzzi e la collega Ariela Benigni—ma è molto complicato. Prima bisogna trasferire la sperimentazione su animali più grandi e più vicini alla nostra specie, i primati appunto, per vedere se il gene si veicola con la stessa efficienza e per quanto tempo i virus che lo trasportano consentiranno l’espressione della CTLA4Ig. Se i risultati saranno positivi, potremo passare all’essere umano». Lo studio sulle scimmie sarà condotto dal dottor Emanuele Cozzi, direttore scientifico del Corit e responsabile dell’Immunologia dei trapianti per l’Azienda ospedaliera di Padova, che in Inghilterra ha sviluppato il necessario know-out sulla ricerca pre-clinica e relativi modelli. «Selezioneremo primati non consanguinei — spiega — perciò portatori di patrimoni genetici diversi. Così potremo trasferirvi la tecnica antirigetto derivata dalla terapia genica, che non blocca il sistema immunitario nella sua espressione completa, ma ferma in maniera selettiva solo l’attacco all’organo trapiantato. Un progetto che senza l’alleanza a tre non si sarebbe potuto realizzare». E nemmeno senza il patrocinio della Fondazione Art e senza l’apporto delle Fondazioni Cariplo e Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che l’hanno sostenuto con 533 mila euro ciascuna. «Le risorse per la ricerca scientifica in Italia sono largamente insufficienti— ricorda Antonio Finotti, presidente della Fondazione Cariparo—noi dedichiamo al settore il 19% delle risorse, cioè 38 milioni nel triennio 2007/2009 e altri 28 per l’arco 2010/2012». «La Fondazione Cariparo ha consentito la nascita del Corit—dice il presidente Pilade Riello, a capo anche della Fitot (Fondazione per l’incremento dei trapianti d’organo e di tessuti) — ora punto di riferimento europeo e coordinatore del network regionale sulla medicina rigenerativa. E i risultati ci sono. Mi sono impegnato in prima persona perchè penso che un imprenditore di successo abbia l’obbligo di dedicare parte del suo tempo alla società e io ho portato l’organizzazione nel settore dei trapianti, che vede la Fitot polo formativo per eccellenza, riconosciuto dal Centro nazionale trapianti e dal ministero della Salute. Siamo partiti dalla retroguardia e, con grandi passi avanti, siamo arrivati all’avanguardia. Ma non ci fermiamo». (Michela Nicolussi Moro, corrieredelveneto.it)
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