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Trapianto di fegato e donazione di organi: a che punto è la medicina

L’intervento è di sicuro la terapia più risolutiva nei casi di carcinoma a livello epatico 

05/08/2020

Il trapianto di fegato si conferma la terapia più efficace per il carcinoma epatocellulare, la forma più comune di tumore che può colpire la «centrale energetica» del nostro organismo. Sono queste le conclusioni di uno studio condotto dagli specialisti dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, pubblicato sulla rivista scientifica «The Lancet Oncology». Per la prima volta, infatti, è stata sottolineata la validità del trapianto anche per quelle forme di tumore epatico che per la loro dimensione superano i limiti definiti dai Criteri di Milano, i parametri utilizzati comunemente in tutto il mondo per selezionare i pazienti candidabili al trapianto. Se tali forme più avanzate di tumore vengono contenute nella loro estensione in maniera efficace e per un tempo sufficiente, il trapianto ottiene risultati analoghi a quelli osservati per le forme più iniziali di tumore.

Sopravvivenza di gran lunga superiore con il trapianto di fegato
A queste conclusioni gli esperti sono giunti dopo aver concluso uno studio condotto coinvolgendo 74 pazienti (18-65 anni) affetti da carcinoma epatocellulare (senza metastasi), sottoposti a varie terapie per ridurre le dimensioni del tumore. Uomini e donne sono stati assegnati a due gruppi: il primo è stato sottoposto al trapianto di fegato e il secondo ha continuato ad essere seguito con le altre terapie non chirurgiche disponibili. I risultati osservati sono stati inequivocabili. Cinque anni dopo l’ingresso in uno dei due bracci di studio, la sopravvivenza libera dalla malattia è stata registrata nel 76.8 per cento nel gruppo dei pazienti che erano stati sottoposti al trapianto di fegato, contro il 18.3 per cento del gruppo di controllo. «I risultati di questo studio elevano la credibilità della chirurgia oncologica in generale e portano l’evidenza del trapianto come cura del cancro al livello scientifico più alto in assoluto: fino a oggi una tale dimostrazione di qualità ed efficacia non era mai stata ottenuta a livello internazionale - afferma Vincenzo Mazzaferro, direttore della struttura complessa di chirurgia generale a indirizzo oncologico 1 epato-gastro-pancreatico e trapianto di Fegato dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. I risultati emersi suggeriscono che, sulla base della risposta alle terapie loco-regionali contro i tumori epatici, oggi possono essere candidati al trapianto anche pazienti con forme intermedie o avanzate che fino ad ora venivano escluse da questa opzione».

Verso un cambio di paradigma
Secondo l’esperto, «molte cose adesso sono destinate a cambiare». Innanzitutto, i vari gradi di risposta del tumore alle terapie identificheranno gruppi di persone a maggiore o minore necessità di trapianto: ciò contribuirà ad una maggiore equità e trasparenza nella allocazione degli organi. Inoltre, poiché la possibilità del trapianto diventerà dipendente dal risultato delle altre terapie, «il lavoro multidisciplinare tra le varie specialità si rafforzerà aiutando a centralizzare sui Centri trapianto una patologia tumorale che ormai non può più prescindere dall’utilizzo di un’alternativa così efficace di cura». Infine, il lavoro del chirurgo associato alle tante terapie farmacologiche che la ricerca produce per questi tumori può contribuire a offrire una cura definitiva a molti pazienti.

Incentivare la donazione di organi
Per Massimo Cardillo, direttore del Centro Nazionale Trapianti, rimane però un limite: «Il numero ridotto di organi a disposizione, rispetto alla quota dei pazienti in attesa». Per questo, se da un lato è necessario continuare a investire nella ricerca, dall’altro «è fondamentale diffondere nel nostro Paese una più forte cultura della donazione degli organi, senza la quale i trapianti sono impossibili. Questo studio è l’ennesima dimostrazione che la decisione di donare gli organi è una scelta che non costa nulla a chi la compie ma che salva realmente la vita di chi riceve il trapianto».

(Fabio Di Todaro, La Stampa)

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