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Trapianto di intestino: serve un network.

L'appello per la creazione di un network, a livello nazionale, per la gestione dell'insufficienza addominale cronica, che spesso porta al trapianto di intestino.

13/09/2009
L'appello e' quello di creare un network, a livello nazionale, per la gestione dell'insufficienza addominale cronica, che spesso porta al trapianto di intestino. A lanciarlo, in occasione dell' XI congresso mondiale del trapianto d'intestino iniziato oggi a Bologna - il congresso, a cadenza biennale, si tiene per la prima volta nel capoluogo emiliano, punta di eccellenza nel settore in Europa - sono stati Antonio Daniele Pinna, direttore dell'Unita' Operativa di Chirurgia generale e dei Trapianti del Policlinico S. Orsola-Malpighi di Bologna, e Loris Pironi, direttore del Centro di riferimento di insufficienza intestinale cronica benigna dello stesso Policlinico. Il Policlinico Sant'Orsola-Malpighi e' uno dei pochi ospedali nel mondo (gli altri sono a Parigi, Pittsburgh e Miami) ad avere le competenze sia per il trattamento medico sia per quello chirurgico, la cui collaborazione ha consentito di ottenere nel tempo risultati di eccellenza. L'attività del Centro per l'insufficienza intestinale cronica e' cominciato nel 1986, con il primo caso a Bologna di nutrizione artificiale domiciliare. L'attività di trapianto di intestino ha seguito l'arrivo di Pinna, nel 2000. Da quell'anno, i due centri collaborano quotidianamente, secondo procedure definite, al fine di individuare la migliore strategia terapeutica per i singoli pazienti. "Quello che avviene in maniera automatica in Emilia Romagna - spiega Pinna - non sempre avviene nel resto d'Italia". Da qui l'esigenza di un network nazionale, che possa consentire di curare al meglio i pazienti. Al congresso di Bologna partecipano i maggiori esperti chirurghi, gastroenterologi, infettivologi e anatomo-patologi con le loro più recenti esperienze sul campo, per un totale di oltre 250 relazioni scientifiche. Tra le novità emerse, nuove tecniche chirurgiche non solo trapiantologiche e nuovi protocolli nella gestione del paziente in attesa, o subito dopo il trapianto intestinale, dal punto di vista nutrizionale, immunologico ed infettivo logico. "Sicuramente sono stati individuati dei quadri di diagnosi di rigetto che prima non erano ben compresi - spiega ancora Pinna - e che adesso abbiamo la certezza trattarsi di un rigetto, come dire, lento ma continuo. Così come e' venuto alla luce che ci sono alcuni farmaci immunosoppressori che possono essere usati nella fase iniziale del trapianto per poi consentire una riduzione graduale dell'immunosoppressione nel corso del tempo. Pensavamo - aggiunge Pinna - che il rigetto fosse confinato nei primi sei mesi di tempo del trapianto; in realtà non c'è dubbio che c'e' evidenza di rigetto anche tardivamente al trapianto". Il trapianto di intestino - piuttosto raro nel mondo ed anche piuttosto recente, in quanto risale al 1985 - vede nel mondo un migliaio di casi: 45 i trapianti eseguiti in Italia, di cui 40 a Bologna e 5 tra Bergamo e Palermo. Nel trapianto di intestino, spiega Loris Pironi, responsabile del Centro di riferimento insufficienza intestinale cronica benigna del S. Orsola Malpighi - e' il centro italiano che cura il maggior numero di pazienti in nutrizione parenterale domiciliare ed e' coordinatore di numerose ricerche multicentriche internazionali (il centro trapianti e' invece il centro europeo con maggiore esperienza di trapianto di intestino nell'adulto) - "si punta a una selezione sempre più accurata dei pazienti, che vuol dire timing ottimale per riferire il paziente al trapianto" quando questi avrà le migliori possibilità di sopravvivere all'intervento con successo. "C'è la necessità di creare a livello nazionale, cosa che stanno già facendo in Gran Bretagna - spiega Pironi - il network della gestione delle insufficienze addominali. Centri che, fortunatamente come il nostro, hanno entrambe le competenze, traumatolgiche e mediche, lavorano in collaborazione con quelli periferici, offrono al paziente la gestione migliore." "Uno dei principali problemi che si viene a verificare tra i pazienti che hanno perso la funzione intestinale - interviene Pinna, responsabile del centro trapianti - e' che le nutrizioni in vena, assieme alle condizioni del paziente che ha perso la funzione intestinale, possono causare anche l' evoluzione in cirrosi del fegato. Cosa che richiede un progetto molto complesso, che consiste nel trapiantare l'intestino ma anche il fegato" . "L'insufficienza intestinale e' una condizione rara - spiega ancora Pironi - quindi e' difficile sviluppare una esperienza clinica efficace, cioè avere tanti pazienti che consentano al medico e al paziente di svilupparla. Oggi come oggi c'e' ancora questo problema in varie nazioni, tra cui l'Italia: il paziente a seconda di dove si trova, ha diverse opportunità di trattamento. Succede che i medici, localmente, se non hanno subito l'avvertenza di mettersi in contatto con un centro esperto, mettano in atto una gestione pratica per così dire "artigianale", e succede che noi purtoppo vediamo i pazienti quando qualche complicanza e' nata". A Bologna intanto si continua con la gestione virtuosa di cura e, se necessaria, di trapianto: "Abbiamo sei pazienti in lista d'attesa per una ricostruzione intestinale, utilizzando tecniche che servono per allungare l'intestino - conclude Pinna - e 10 pazienti in lista d'attesa o per trapianto intestinale semplice, o combinato al fegato, oppure multiviscerale". L'inserimento nelle liste a Bologna di pazienti fuori regione e' dell'80%.
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