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TRAPIANTO DI MANO: SEMPRE PIU' SICURO

In un'intervista il professor Lanzetta afferma che presto l'intervento sarà di routine.

09/09/2003
Una mano o un braccio prelevati da cadavere e riattaccati al corpo di chi li ha persi. A che punto siamo? Se il sogno è ormai realtà per organi come fegato, reni, cornee, ci vorrà ancora del tempo perché si possa parlare di routine per una chirurgia che reimpianta gli arti. Marco Lanzetta, associato di ortopedia alla "Bicocca" di Milano e responsabile del servizio di Chirurgia della Mano e Microchirurgia al San Gerardo di Monza, è stato il pioniere. Lui, insieme agli specialisti del Centro Trapianti di Lione diretto da Jean Michel Dubernard, reimpiantò, per la prima volta nella storia, a settembre del '98, braccio e mano prelevati da cadavere a Clint Hallam, 48 anni, neozalendese. Ma è proprio l'esito finale di questo primo caso che lascia perplessi: il paziente, a due anni dal "miracolo", ha chiesto e ottenuto che l'arto nuovo gli fosse tolto. Insomma ha preferito tornare ad essere un invalido senza un braccio piuttosto che convivere con qualcosa di estraneo che gli avrebbe procurato non pochi problemi, fisici e psicologici. A partire dalla terapia antirigetto che prevede l'assunzione di numerosi farmaci immunosoppressori, a loro volta, responsabili di una serie di effetti collaterali. Eppure Lanzetta non sembra per nulla scoraggiato dal risultato. Non lo definisce un insuccesso e, al contrario, attribuisce il fallimento solo alla personalità del soggetto: "È il classico esempio del paziente che tradisce la fiducia del medico. Hallam, che sapeva di essere il primo a sottoporsi a questo intervento, ha fatto tutto per soldi: un truffatore intelligente, ma senza scrupoli e ricercato dalla polizia anche in Australia. Aveva un agente che mediava con la stampa per vendere il suo caso al miglior offerente. Eppoi, l'intervento è perfettamente riuscito perché la mano aveva riacquistato la sensibilità, tant'è che per 2 anni se l'è tenuta finché non ha smesso spontanemente di prendere gli immunosoppressori". Truffatore o no, il caso Allam fa discutere. Essere legati ad una terapia antirigetto a vita può apparire un deterrente, nonostante i progressi della farmacologia che fanno sperare in una cura limitata nel tempo in un non lontano futuro. "Tra dieci anni" è sicuro Lanzetta che è appena tornato da un periodo di ricerca in Australia, "i pazienti assumeranno sicuramente farmaci meno tossici e più compatibili". Il trattamento attuale antirigetto prevede un cocktail di molecole che già ora hanno meno conseguenze della vecchia ciclosporina. Aggiunge lo specialista: "Questo tipo di trapianto ha buone possibilità di indurre quella che si chiama "tolleranza": grazie al trasferimento del midollo osseo del donatore si creano due linee cellulari che non si combattono più tra loro, ma cercano la stabilità, cioè il chimerismo. Nei laboratori questo è già routine. Nel 40 per cento degli animali a cui è stato trapiantato un arto abbiamo assistito all'instaurarsi del chimerismo: un fenomeno probabilmente dovuto all'azione favorente del midollo osseo". Per sottolineare poi la validità e le ottime prospettive della microchirurgia dei reimpianti, Lanzetta ricorda anche le differenze che caratterizzano i trapianti di mano da quelli degli altri organi. Prima di tutto il fattoretempo: "Chi è in lista per un cuore nuovo non può aspettare anni, mentre per chi rivuole un braccio la fretta non è questione di vita o di morte". Poi le diversità strutturali: "Gli altri organi sono monotissutali, mentre una mano è fatta di vari tessuti, ognuno diverso dall'altro. E anche dal punto di vista prognostico c'è enorme differenza: il fegato trapiantato non lo si vede, mentre la mano la si può osservare subito dopo l'intervento e, se qualcosa non va o se inizia il rigetto, se ne accorge lo stesso paziente e noi possiamo intervenire tempestivamente. La ricerca attuale? È indirizzata alla comprensione dei meccanismi alla base della diversa immunogenicità di questo tipo di trapianti". (G.Del Bello, Salute di Repubblica)
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