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TRAPIANTO DI POLMONI: CHI CURARE PER PRIMO?

Sorge una questione di equità: c'è chi sostiene che dovrebbe avere precedenza il non fumatore.

24/11/2002
I dati diffusi il 10 novembre scorso, giornata dedicata alla lotta contro i tumori, parlano fin troppo chiaro. Uno per tutti: il 30 per cento delle morti per tumore è causato dal fumo. È un dato allarmante. Non lo sono di meno i costi sociali, stimabili sia in termini di risorse sanitarie impiegate nella terapia di danni da fumo, sia in termini di risorse sottratte allŽimpiego su altri versanti. Oltre al rilievo medico, il problema fumo ha dunque anche una valenza etico - economica che si riflette nella determinazione di dilemmi in fatto di allocazione delle risorse sanitarie. Ad esempio: a chi dare precedenza, in una lista d'attesa per trapianto di polmone, fra un paziente che, pur non avendo mai fumato, ha sviluppato un carcinoma e un altro che invece ha alle spalle una storia da fumatore accanito? Riconosciuto il diritto a un minimo di cure, la questione della ripartizione delle risorse appare duplice: intanto si tratta di stabilire (in linea teorica) come ripartire il totale dei fondi a disposizione del sistema sanitario, e quindi quali quote destinare a quali istituzioni, quali prestazioni erogare, in quale ordine di priorità e così via; e poi il problema consiste invece nello stabilire le modalità individuali di accesso alle risorse. La riflessione bioetica degli ultimi anni ha messo in rilievo come non sia affatto scontata l'applicazione incondizionata del diritto al minimo di cure. Alcune voci si sono infatti levate per sostenere la causa della responsabilizzazione dei singoli individui, le eventuali responsabilità dei quali, quanto all'insorgenza delle patologie per cui si fa richiesta di intervento, dovrebbero calibrare di volta in volta tale diritto. Uno dei casi più discussi riguarda proprio la domanda di cure da parte di fumatori accaniti andati incontro a carcinoma polmonare: ciò che al proposito ci si domanda è se non sia opportuno, dopo l'accertamento della diretta imputabilità del male a comportamenti notoriamente nocivi per la salute, produrre limitazioni all'accesso alle risorse determinanti l'arretramento, quando non addirittura l'esclusione, dalle liste di attesa. Ciò in quanto si ritiene contrario all'equità consentire la possibilità di fruizione paritetica di beni sanitari scarsi senza tener conto delle eventuali responsabilità a carico della persona. Le quali responsabilità, d'altra parte, non vanno senza conseguenze sul piano sociale. Naturalmente non mancano i disappunti: vuoi perché l'asettica imputazione di responsabilità urta contro il senso della drammatica uguaglianza di fronte alla malattia, vuoi perché esistono ragioni importanti che depongono a sfavore di queste forme rigide di responsabilizzazione. Al proposito pare innanzitutto che, da un punto di vista strettamente scientifico, non sia sempre possibile risolvere in modo univoco i fattori patogeni in un'unica causa determinante, nella quale inscrivere la responsabilità della persona. Inoltre si sottolinea il fatto che l'introduzione di una forma di responsabilizzazione forte, comporterebbe di fatto la creazione di un potere di supervisione - si è parlato addirittura di "polizia morale" - facente capo alla classe medica, alla quale sarebbe così riconosciuto il potere, da un lato, di intromettersi nella (e giudicare della) vita privata dei pazienti per ragioni che esulano dagli interessi della terapia, e d'altro lato, di scegliere a chi dare maggiori chances di vita sulla base di un giudizio comparativo di tipo morale fra gli stili di vita condotti dai pazienti stessi. Ciò detto, la questione dell'equità rimane. Tanto che sullo sfondo di autorevoli suggerimenti domina il duplice sforzo pedagogico di sensibilizzare e responsabilizzare i cittadini, ciascuno dei quali si ritiene debba accollarsi, in sede sanitaria, per quanto senza incorrere negli effetti avversi appena riportati, gli esiti nefasti di eventuali abitudini rischiose come il fumo. Alberto Asero (Tuttoscienze)
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