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Un cuore «bucato» come quello di Cassano salva una bambina di quattro anni.

Gli ospedali rifiutano l’organo perché ha un difetto congenito. Ma un chirurgo di Washington lo ricuce e lo impianta.

17/01/2012
Qualche mese fa tutti hanno trepidato per la vita di Antonio Cassano e i tifosi milanisti hanno temuto anche di perdere un campione importante con un cuore non più capace di sostenerlo nei suoi inarrestabili dribbling sotto rete. E invece possono stare tranquilli perché quel cuore è tornato quello di prima, tant’è che un cuore così, con lo stesso difetto, è stato usato addirittura per salvare la vita a una bambina americana che sopravviveva da settimane grazie a una pompa cardiaca artificiale in attesa di un trapianto e rischiava di morire come i 77 bambini che ogni anno negli USA non riescono ad aspettare abbastanza a lungo il cuore giusto. La lista d’attesa dei trapianti cardiaci del bambino è infatti tre volte più lunga di quella dell’adulto. Anche per la piccola Kallie Finn, 4 anni, il tempo stava diventando troppo lungo e senza un trapianto questo sarebbe stato probabilmente l’ultimo Natale della sua vita, sempre che ci fosse arrivata. Quando alla cardiochirurgia pediatrica dell’Heart Center del Saint Louis Children’s Hospital è arrivata la segnalazione che il cuore era stato trovato tutti hanno tirato un sospiro di sollievo. C’era però un piccolo problema: il cuore del donatore deceduto in un incidente stradale era “bucato”, perché quel bambino aveva una pervietà del forame ovale (la cosiddetta PFO) una malformazione congenita per cui già altri ospedali l’avevano rifiutato. Il professor Pirooz Eghtesady, docente di chirurgia cardiotoracica del bambino all’Università di Washington e condirettore del centro del Saint Louis Children’s Hospital non si è però perso d’animo: ha accettato il cuore, l’ha riparato e l’ha trapiantato alla piccola Kallie che adesso sta benissimo e non avrà più problemi per tuta la vita. Questo è probabilmente il primo caso al mondo in cui è stato utilizzato per un trapianto un cuore con PFO, ma apre una nuova strada di opportunità soprattutto nel bambino che in tutto il mondo soffre di una cronica carenza di donatori, anche perché è più facile che muoia un adulto, maggiormente esposto ai rischi della vita. La decisione dei medici americani peraltro sfata anche l’aura stigmatizzante che circonda questa malattia considerando questi cuori alla stessa stregua degli altri: di fatto una persona su 4 è come il bambino che ha salvato Kallie, ma può trascorrere l’intera esistenza senza accorgersi dell’imperfetta saldatura del suo forame ovale, un piccolo orifizio aperto nella vita fetale fra atrio cardiaco destro e sinistro e che in genere si chiude con lo sviluppo. In un terzo degli individui normali l’orifizio resta parzialmente o del tutto aperto, ma questa condizione è ben tollerata per tutta la vita e non provoca problemi clinicamente rilevanti passando inosservata. Peraltro la pervietà del forame ovale (la cosiddetta PFO) interessa la metà circa dei casi di emicrania con aura (41-48% dei casi) dove può dar segno di sé ad esempio in occasione di sforzi o di colpi di tosse. In genere è l’aumento di pressione dell’atrio destro, come accade nell’ipertensione polmonare o nel cronico sforzo fisico eccessivo degli atleti professionisti, che obbliga alla chiusura chirurgica del forame perché i vortici dell’alterato flusso sanguigno che si creano fra i due atri cardiaci patologicamente comunicanti alterano la dinamica del flusso sanguigno pompato dal cuore verso il cervello. La cura è semplice: il “buco” viene suturato con un micro catetere a bisturi elettrico che arriva al cuore da una vena periferica, secondo una procedura che dura meno di un’ora e non necessita di anestesia generale. In alternativa è possibile usare un patch bioassorbibile in un mese oppure un doppio ombrellino in dacron sostenuto da micromolle in acciaio inserito come il termocatetere usato per chiudere il forame, la tecnica usata con Fantantonio. Con Kallie è stato ancora più facile perché il cuore bucato era direttamente nelle mani del chirurgo che l’ha ricucito. (Cesare Peccarisi, Corriere.it)
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