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UN NUOVO FARMACO INDUCE LA TOLLERANZA IMMUNITARIA DOPO IL TRAPIANTO

E' la "timoglobulina". L'immunologo Shapiro ha illustrato i primi risultati nel corso di un seminario tenuto all'Ismett di Palermo.

25/05/2002
La "timoglobulina", una nuova sostanza farmacologica, somministrata prima dell'intervento di trapianto permette di ridurre al minimo la terapia immunosoppressiva dopo un trapianto d'organo. E' questa la sostanza alla base di un importante protocollo clinico sperimentato all'Università di Pittsburgh dagli scienziati che lavorano sotto la guida del prof. Thomas Starzl. I primi risultati delle ricerche sono stati presentati in anteprima nei giorni scorsi a Palermo, dal professor Ron Shapiro, nell'ambito del ciclo di letture magistrali organizzate dall'ISMETT in collaborazione con la Fondazione Banco di Sicilia. Shapiro, uno dei massimi esperti nel campo dell'immunologia legata ai trapianti di rene e di pancreas, da anni è impegnato in questo tipo di studi: "Gli aspetti immunologici - ha spiegato - sono oggi il vero punto cruciale nella medicina dei trapianti. Dal punto di vista tecnico-chirurgico non esistono praticamente più ostacoli da superare ma il vero scoglio consiste nel ricercare metodi per migliorare la terapia immunosoppressiva che sul lungo periodo può causare problemi, anche gravi, all'organismo dei pazienti trapiantati". I farmaci utilizzati oggi, infatti, sono molto efficaci per combattere la reazione di rigetto dell'organismo umano verso un corpo estraneo ma hanno degli effetti collaterali molto importanti e possono causare problemi di varia natura: neurologici, diabete, ipertensione, ipercolesterolemia e anche tumori. "L'idea innovativa alla base del nuovo protocollo che stiamo sperimentando - ha spiegato Ron Shapiro - si basa sul concetto di "immuno-condizionamento" del paziente che deve essere sottoposto al trapianto. Somministrando una certa dose di "timoglobulina" prima dell'intervento, abbiamo verificato la possibilità di ridurre fino a dieci volte la dose di farmaci immunosoppressori comunemente utilizzata. Questa sostanza infatti permette di creare una sorta di equilibrio tra il sistema immunitario del donatore e quello della persona che riceve l'organo senza ricorrere a dosi massicce di farmaci antirigetto. L'obiettivo finale è naturalmente quello di eliminare del tutto questi farmaci, evitando così gli effetti collaterali a volte devastanti. Già oggi siamo riusciti a ridurli al punto che, dopo sei mesi dal trapianto, i farmaci non sono più individuabili nel sangue dei pazienti e sono somministrati solo tre volte a settimana invece che due volte al giorno". La sperimentazione è stata avviata a Pittsburgh nel luglio 2001 e fino ad oggi ha coinvolto circa 100 pazienti: "I primi risultati di questa terapia assolutamente innovativa - ha confermato anche il prof. Ignazio Marino - sono molto incoraggianti e se saranno confermati potrebbero modificare radicalmente l'attuale terapia antirigetto, con un netto miglioramento della qualità di vita dei pazienti". Data l'importanza di questa scoperta, i risultati definiti saranno presentati e discussi dai maggiori specialisti del settore durante il Congresso Mondiale dei trapianti che si svolgerà a Miami il prossimo agosto.
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