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UN PARALLELO TRA CANNIBALISMO E TRAPIANTO

La terza parte delle riflessioni sulle rappresentazioni e i valori etici e culturali che si accompagnano al dono e al trapianto degli organi, della psicologa Vania Sessa.

29/08/2004
Un parallelo tra cannibalismo e trapianto Abbiamo visto come il corpo possegga una simbologia all'interno della società, legata essenzialmente alla sua unità. La possibilità dell'incorporazione di una parte di un individuo in un altro va a modificare questa concezione, in quanto il corpo viene smembrato o in ogni caso impoverito di una sua parte, per venire assorbito da un'altra identità. In questo contesto, con il termine "incorporazione" mi riferisco a qualsiasi tipo di assunzioni di parti, solide o liquide, del corpo umano in altri corpi. Fra le molte "incorporazioni" si potrebbero citare il cannibalismo e il vampirismo, l'allattamento, l'inseminazione (naturale o artificiale), l'assunzione di farmaci che contengono elementi del corpo umano, la trasfusione, il trapianto. Di questi tipi di incorporazione quelli che più interessano la nostra analisi sono il cannibalismo e, ovviamente, il trapianto. E' utile, infatti, soffermarsi sul cannibalismo per evidenziare alcuni aspetti simbolici che lo mettono in relazione con la donazione di organi. La riflessione psicoanalitica insieme a quella antropologica riscoprono l'equazione simbolica che avviene in tutte le società tra sesso e cibo, cannibalismo e incesto. Freud, come è noto, per descrivere la nascita della cultura nella società occidentale, all'incesto ed al cannibalismo, duplice tema usato nei miti di origine di molti gruppi umani come indicatore di una fase preculturale, aggiunge il parricidio. Darwin nella sua teoria rappresentava i primi gruppi di uomini divisi in bande formate da un uomo con più donne e la prole: i figli maschi quando raggiungevano la maturità sessuale venivano scacciati; Freud (1913) parte da questi riferimenti: i fratelli scacciati si uniscono e ritornano nel gruppo per riprendersi le donne dopo aver ucciso il padre e averlo mangiato e, attraverso il pasto, essi si identificano con lui e si appropriano della sua forza. Presi da sensi di colpa, si lasciano però alle spalle incesto e cannibalismo per avviarsi verso la strada della civiltà. Il fenomeno dell'identificazione è fortemente presente nel cannibalismo, poiché con l'incorporazione di parti altrui ci si appropria in qualche modo delle qualità dell'essere che si è incorporato. Lévi-Strauss (1993) ricorda l'esistenza di popolazioni presso le quali i cacciatori si nutrivano del cuore di animali feroci, nella convinzione di assumerne così la forza e il coraggio. Come, per esempio, gli indiani che mangiavano il cuore crudo di un bisonte coraggioso per partecipare alla grandezza di quell'animale, o i giovani guerrieri che un tempo venivano iniziati attraverso la consumazione del cuore o del sangue del nemico. Anche quando si parla di trapianto il vissuto collettivo inserisce il fenomeno dell' "identificazione con l'altro"; in questo caso il fenomeno (come abbiamo visto nel precedente capitolo) è desiderato dai familiari del donatore cadavere mentre è temuto dai trapiantati. Facendoci interpreti di questa paura, potremmo chiederci: "Quale percentuale di tessuti altrui si possono accogliere rimanendo se stessi? Oppure nel caso dei trapianti di geni, ancora ai primi passi, quanto Dna estraneo si può mescolare a quello originario prima che il risultato debba essere considerato come progetto di un nuovo essere?" (Nespor, Santosuosso, Satolli, 1992, p. 10-11). Altro aspetto da tener presente riguarda l'endo- e l'eso-cannibalismo. Questa distinzione, nel caso particolare del cannibalismo funerario o della patrofagia, evidenzia le regole che definiscono "come" e "chi" mangiare all'interno e all'esterno del gruppo avvicinando questo tabù a quello dell'incesto ed implicando, così un rapporto tra sesso e cannibalismo. Un esempio ci può venire dai Guayaki, una tribù dell'America del sud studiata da Pierre Clastres (1980; citato in Cutino, 1994), che praticano il cannibalismo funerario: "mangiare qualcuno è in qualche modo aver un rapporto sessuale con lui, e presso questa popolazione non si vedrà mai un padre mangiare la figlia, una madre il figlio, un fratello la sorella o viceversa in quanto significherebbe commettere metaforicamente un incesto" (p. 136). La terminologia indigena può aiutare a capire questo modo di pensare: per definire in modo brutale l'atto sessuale gli indigeni usano il termine "mangiare". I Guayaki non mangiano coloro con cui è proibito avere rapporti sessuali, in questo caso la proibizione dell'incesto ed il tabù alimentare si rivolgono alle stesse categorie di parenti. Così come il tabù dell'incesto porta allo scambio delle donne, il divieto di cibarsi di parenti porta allo scambio dei morti, aprendo in entrambi i casi dei cicli di reciprocità che sono alla base della solidarietà collettiva. Cogni (1982) sostiene che per i popoli e le culture non occidentali le vittime del cannibalismo rituale e della patrofagia rinascevano negli altri e nella vita universale: "ritrasformando immediatamente il defunto nel vivente, mediante un dono che oggi ha di nuovo un pallido confronto nel dono degli organi in morte" (1982, p. 101); e, in una spiegazione più dettagliata afferma: "annientarsi come cibo significa spegnersi ai sensi e all'esistenza particolare del mondo, e disciogliersi nell'energia pura che è la realtà stessa del mondo... E' così che cade l'illusione del singolo, di essere soltanto quel ritagliato corpo, escluso dall'immortalità dell'Essere; e, facendosi indifferentemente tutti i viventi che lo divorano, si accende una divina consapevolezza di farsi l'Essere stesso del mondo" (1982, p. 44). Secondo l'Autore il diventare cibo di altri, realizzando la beatitudine attraverso il dono di sé, nella nostra cultura trova la più alta espressione nel sacrificio dell'Eucaristia secondo le parole di Cristo del Vangelo di Giovanni (6, 56): "chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui.
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