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West Nile virus e trapianti: una nuova speranza.

É il primo caso al mondo di prevenzione efficace dell’infezione da WNV in un paziente che contrae la stessa con l’organo trapiantato.

06/08/2010
É il primo caso al mondo di prevenzione efficace dell’infezione da WNV in un paziente che contrae la stessa con l’organo trapiantato. Contrae un virus a seguito di un trapianto ma si salva grazie al lavoro di squadra di diverse equipe del Sant’Orsola. É il primo caso al mondo di infezione da virus West Nile trasmessa mediante trapianto in cui non si ha la comparsa di malattia . E il protocollo di gestione del paziente sviluppato a Bologna ottiene il riconoscimento attraverso la pubblicazione sul prestigioso Clinical Infectious Diseases. Si chiama West Nile virus (WNV). Il nome lo ha preso dal distretto ugandese dove è stato isolato per la prima volta, nel 1937. Lo trasmettono le zanzare e può colpire sia le persone che gli animali. Dagli anni 50 ha iniziato a dilagare. Nel 99 la prima epidemia ha colpito New York. Dieci anni dopo la presenza del virus è stata riscontrata in 49 stati su 50 (ad eccezione delle sole Hawai). Se questa è la situazione degli Stati Uniti non se la passano meglio gli altri paesi del mondo, Europa compresa. Da noi il virus ha cominciato a far parlare di sé nel 2008, con un focolaio endemico che ha portato ad ammalarsi persone e cavalli, soprattutto nella bassa valle del Po, tra l’Emilia e il Veneto. “Il virus - spiega Vittorio Sambri dell’Unità Operativa di Microbiologia, Laboratorio di Riferimento per le Emergenze Microbiologiche- è trasmesso dalle zanzare e colpisce gli uccelli. Poi quando la massa virale in natura raggiunge una dimensione sufficiente salta ad infettare uomo e cavalli”. Quali gli effetti sull’uomo? “Nell’85% dei casi il virus è asintomatico e grazie agli anticorpi sviluppati, l’individuo colpito guarisce – spiega Sambri -. Circa il 10/15 % invece sviluppa una febbre simile all’influenza. C’è però anche un 1% di casi in cui si sviluppa una forma di meningo-encefalite che può guarire lasciando importanti sequele neurologiche o anche essere letale”. É facile comprendere cosa possa capitare se sangue o organi infetti (come il fegato ad esempio) vengano donati ad un’altra persona. “In casi del genere contrarre la malattia neurologica per il paziente trapiantato è praticamente una certezza - prosegue Sambri-. Su 4 casi di trapianto infetto negli Stati Uniti tre hanno portato al decesso, mentre uno ad una grave e invalidante patologia. Per questo la regione Emilia-Romagna ha deciso un seppur costoso programma di screening, nel periodo estivo, sul sangue e sugli organi donati da persone che hanno vissuto in territori dove entomologi e veterinari confermano la circolazione e la presenza diffusa del virus”. “Quanto è capitato ad una giovane donna qualche tempo fa – racconta ancora Sambri – è parso un vero accanimento del destino. La paziente infatti affetta da una grave patologia epatica ha ricevuto un trapianto pochi giorni prima dell’entrata in vigore del protocollo di screening su organi e sangue. E proprio quell’organo era infetto”. “La conoscenza della malattia, che stavamo studiando da due anni, assieme ad una formidabile collaborazione tra i chirurghi autori del trapianto (l’equipe del prof. Antonio Daniele Pinna, con la dottoressa Maria Cristina Morelli), i microbiologi (lo staff della prof Maria Paola Landini), il centro Trasfusionale del Policlinico, il Centro Regionale trapianti oltre alla Sanità Pubblica della Regione, alle associazioni di volontari donatori di sangue e la collaborazione per alcuni aspetti dell’Istituto nazionale malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma hanno permesso di ribaltare la sorte per la paziente”. “Abbiamo controllato la presenza del virus nel sangue e identificato la sua presenza già tre giorni dopo il trapianto. Quindi attraverso un bilanciamento nella somministrazione di anticorpi purificati (gammaglobuline specifiche di origine israeliana) e cospicue quantità di plasma (messo a disposizione dall’Avis di Ferrara) ottenuto da donatori che avevano contratto la l’infezione in modo asintomatico e sviluppato gli anticorpi necessari, e ancora attraverso il controllo dell’immunodepressione della paziente trapiantata, in 33 giorni, si è riusciti a far scomparire il virus dal sangue, evitando che raggiungesse il sistema nervoso centrale e si sviluppassero i segni della malattia neuroinvasiva con le ovvie conseguenze”- racconta Sambri. (Monica Lacoppola, magazine.unibo.it)
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