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COMUNICARE IL DONO DEGLI ORGANI: CONTESTO, CRITERI GENERALI E ASPETTI PECULIARI, ESPERIENZE

08/10/2015
Un fatto è emerso chiaramente dall’incontro seminariale “Donazione degli organi / UNA GIORNATA DI LAVORO, UN ANNO DI RISULTATI” svoltosi il 2 ottobre al Policlinico S.Orsola, a celebrazione del 1° “Giorno del Dono”: non bastano certo poche ore – benché dedicate – a delineare la strategia migliore per una efficace comunicazione pubblica sul tema del dono degli organi; ma il passo iniziale è stato comunque assai significativo. Stefano VEZZANI – coordinatore Stampa e Media del policlinico S.Orsola – ha fatto gli onori di casa a nome della Direzione generale, dando il benvenuto ai presenti, ed introducendo via via i relatori. Il primo è stato Gabriela SANGIORGI, direttore del Centro Riferimento Trapianti della nostra regione, e quindi referente anche della Commissione tecnica regionale ormai conosciuta col nome “Una scelta consapevole” – composta da esponenti degli enti locali e delle associazioni di volontariato – che si occupa di informazione e sensibilizzazione sulla donazione degli organi. Proprio in questa veste ha iniziato il suo intervento, riconoscendo che gli strumenti comunicativi finora utilizzati dalla Commissione, soprattutto materiale stampato ed incontri con la gente – compresi quelli mirati alla popolazione scolastica – non sono più sufficienti. È ora di introdurre nuove modalità, in grado di rispondere ad esigenze sempre più differenziate; ed anche la rapidità e l’ampiezza della diffusione del progetto “Una scelta in Comune” spronano a rinnovare sia il messaggio che i canali di diffusione. La società è sempre più complessa, ed è complesso anche il sistema donazione/trapianto, con tanti soggetti coinvolti – varie istituzioni, tante professionalità, diverse espressioni di volontariato – di cui è anche giusto riconoscere pubblicamente l’impegno. La dr.ssa Sangiorgi ha poi illustrato gli indicatori più rilevanti dell’attività di prelievo/trapianto in regione, nei primi nove mesi dell’anno, a confronto con l’uguale periodo del 2014: le segnalazioni di possibili donatori sono passate da 131 a 168, i donatori da cui sono stati prelevati gli organi sono arrivati a 90, da 65, e gli organi trapiantati sono 220 a fronte di 176; fortunatamente è invece diminuita la percentuale delle opposizioni, ora intorno al 29. Nessun trionfalismo, tuttavia, solo la speranza che il trend si consolidi. Anche le statistiche relative alla raccolta delle dichiarazioni di volontà da parte delle Anagrafi comunali – visibili in tempo reale nel sito del Centro Nazionale Trapianti – sono estremamente incoraggianti; da notare che sono 490 gli operatori comunali che hanno partecipato agli incontri formativi mirati organizzati dal CRT. Valerio GRUTT, direttore del Centro di Poesia contemporanea dell’Università di Bologna (quanto bisogno di poesia c’è nel mondo!), ha affrontato direttamente il sentimento che forse maggiormente incide sull’accettazione o meno del messaggio sulla donazione degli organi: la paura della morte. In realtà, quello di cui si ha paura non è la morte in sé, bensì il dolore fisico che potrebbe accompagnarla, oppure il distacco dalle persone care; perciò, vivere avendo paura della morte significa scappare dalla realtà. Il suo suggerimento di lavoro, quindi, è quello di elaborare una strategia comunicativa che agisca sulla paura della morte, col che si potrebbe non solo eliminare dei tabù ma anche ridurre … il lavoro dei medici! Bisogna spingere a vivere la vita completamente, intensamente: così, la morte non esisterebbe più come paura. Ha concluso offrendo all’uditorio due sue riflessioni in poesia. Il direttore scientifico di SWG Trieste, Enzo RISSO, ci ha guidati con maestria fra i risultati delle rilevazioni statistiche che più aiutano a comprendere il contesto sociale e i suoi cambiamenti. > Innanzi tutto il fattore economico: il 7% della popolazione ha la sensazione di essere in stato di povertà, il 20% si sente in grave difficoltà. Nel 2002 le persone che si ritenevano “ceto medio” erano oltre il 70%, ora sono il 42%: la differenza corrisponde a circa 18milioni di persone. La percezione predominante è che il Paese stia regredendo. > Le emozioni largamente prevalenti oggi sono disgusto, rabbia, tristezza: quindi la discriminante non è la morte, bensì la qualità della vita. Il disorientamento investe metà della società, e percentuale simile è quella di chi si sente in credito, cioè ‘ha già dato’. Nel 2005 si sentiva incluso il 54% della popolazione, nel 2014 il 27%: anche qui, se partiamo dalla morte, evidenziamo l’atto massimo di esclusione; invece dobbiamo calcare sull’aspetto dello ‘stare dentro’. Nel 2002 i valori prioritari erano: famiglia, salute, amore, amicizia, lavoro; oggi sono: onestà, famiglia, rispetto, libertà, salute: cioè si è passati da una gamma di valori individuali ad una gamma di valori comunitari; e infatti il bisogno di comunità è forte per il 66%. La centralità dei valori cattolici è passata dal 59% del 1997 al 46% del 2015. > Perché si aiutano gli altri? Per il 34% degli interpellati perché fa ‘stare bene’, per il 27% perché fa ‘sentire giusto’: egotismo solidale, quindi. E in quanti aiutiamo? Realmente, lo fa il 25%. > Si avverte la mancanza di una classe dirigente: sono considerati sopra la media solo i volontari ed i medici. Quindi, rispetto all’ipotesi di un cambiamento, l’Italia è per metà pessimista. > Riguardo al tema specifico, la percezione prevalente è che il numero dei trapianti sia aumentato, e quindi non sia più un’emergenza. Quanto alla donazione degli organi, per i due terzi della popolazione è un atto di generosità; percentuale simile è quella di chi ritiene un atto di coraggio l’acconsentire al prelievo per un congiunto. Il contesto delineato da tali statistiche consiglia – per il dott. Risso – di affrontare il tema partendo dalla vita, dalla continuità di vita, dal fatto che la vita stessa è dono. Nella consapevolezza che il 20% delle persone è già convinto, e che il 25% è inesorabilmente ostile, bisogna anche ammettere che non conosciamo la percentuale rimanente, perché la società è multipolare. Occorre quindi trovare le chiavi per le tante diverse ‘audience’, camminare con più scarpe, non andare dritti ma per vie curve … Perché il tema è complesso, ma soprattutto lo è la società: la cosa peggiore è quella di pensare che la stessa comunicazione vada bene per tutta la popolazione, come se fosse un blocco monolitico, e per i diversi mezzi comunicativi. La parola è andata poi all’art director Roberto MARTINI, che ha esordito sottolineando, anche lui, quanto il tema sia complesso, emotivamente e razionalmente; cosicché – in un contesto in cui tutti siamo comunicatori, in virtù degli strumenti a disposizione – nessun linguaggio è efficace in modo esclusivo rispetto agli altri. Una sola regola può esserci: tenere separata l’emotività dalla razionalità; comunque, chiarezza semplicità e completezza appaiono requisiti vincenti. Ha poi presentato un’ampia panoramica, a tratti assai divertente, delle campagne di comunicazione più significative realizzate in Italia e nel mondo sulla donazione degli organi, evidenziando le differenti ‘chiavi’ di approccio al tema: - l’enfatizzazione della generosità del dono degli organi; - la valorizzazione del donatore come persona speciale; - al contrario, la sdrammatizzazione, che rende la donazione un gesto semplice, alla portata di tutti; - l’approccio freddo al messaggio, come se fosse visto da lontano; - ma anche la drammatizzazione, che porta in primo piano la situazione del malato in attesa; - e infine l’accento sul messaggio che una parte del donatore continua a vivere in un’altra persona. In conclusione, pur nella estrema complessità più volte richiamata, ha ritenuto di poter dare alcune indicazioni di lavoro: fare leva su altruismo, socialità e pure ironia, ma assolutamente non sulla retorica; rispettare le paure, anche evitando la parola “morte”; esprimere positività; infine, sapere bene a quale pubblico ci si vuole rivolgere. Nell’ultima parte del seminario, la parola è andata ai partecipanti, invitati a fornire direttamente un contributo alla riflessione comune su una più efficace comunicazione. Tre sono stati i filoni essenziali degli interventi: # mettere in evidenza anche la donazione da vivente – sangue, tessuti, organi – per arrivare ad promuovere la donazione tout court, come un fatto di cultura; comunque, fare leva soprattutto sulla vita. # Il coinvolgimento inevitabile della famiglia nella donazione è un elemento di cui tenere conto, sapendo che ciò che soprattutto spaventa i familiari è la paura che il congiunto non sia davvero morto; e qui pesa la confusione ancora diffusa fra il concetto di coma e quello di morte encefalica: perciò è fondamentale la chiarezza e l’autorevolezza degli interlocutori sanitari. # L’atteggiamento verso la donazione dipende anche dal vissuto che si ha rispetto alle strutture sanitarie; quindi la responsabilità degli operatori sanitari – nell’accezione più larga del termine – è grandissima in questo senso. È chiaro che in questo settore, al di là dei comportamenti individuali, il fattore determinante è quello organizzativo, e vi devono essere la capacità e la volontà di ‘copiare’ i modelli che funzionano; in ogni caso, il ruolo dei coordinatori si è rivelato fondamentale per rendere fluido il processo di donazione. Breve – e lapidaria, potremmo dire – la conclusione del dott. Vezzani, nel ringraziare gli intervenuti: “Possiamo anche parlare della morte, ma sempre collegandoci al concetto di vita; soprattutto dobbiamo capire qual è il destinatario del nostro messaggio, e abbandonare ogni ideologia, apprezzando il valore della contaminazione: forse la ‘verità’ non esiste, ma se mettiamo insieme i nostri differenti messaggi probabilmente ci avviciniamo molto.” Non c’è migliore auspicio di questo, per la prosecuzione di un fondamentale lavoro comune appena iniziato.
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