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Festival dell’Erranza.
Il Dono: quando l’impossibile diventa possibile

10/10/2017

A colloquio con il Dr. Guglielmo Venditti*

In cammino. Viaggiare, migrare, essere nomadi nell’anima e nelle idee. Raccontare i percorsi fisici e ideali. Ascoltare parole nuove. Ascoltare. È questo il Festival dell’Erranza che si svolge da cinque anni a Piedimonte Matese, una tappa storica sulla Via Francigena del Sud, dove si incontrano viaggiatori, sportivi, filosofi, religiosi, scrittori e artisti per indagare sulla necessità di mettersi in cammino. Ogni anno un tema forte, attuale, vicino a ciascuno nei sentimenti e nelle domande.

Quest’anno si parla del Dono e l’Impossibile. Il dono, il donare nelle sue molteplici forme, possibilità e sacralità. Il donare come comunicazione e atto capace di creare nuovi e profondi legami sociali, simbolici e relazionali, ma anche – al contrario – capace di creare obblighi fra il donatore e il beneficiario. Un moto ambiguo, misterioso e splendente delle anime.

Ne parliamo con il Dott. Guglielmo Venditti, medico specialista in nefrologia, vicepresidente nazionale dell’AIDO (Associazione Italiana per la Donazione di Organi, tessuti e cellule) che nel corso del Festival dialogherà con un migrante speciale, Hisham Ben Barek, musulmano arrivato su un barcone dal Marocco, che oggi vive con il cuore di un donatore cristiano ed è uno degli esempi più immediati di cosa vuol dire inclusione e multiculturalismo.

Cos’è il dono? È solo una forma di scambio o mette in atto altre logiche?
Il dono è l’atto del donare e donare vuol dire dare ad altri liberamente e senza compenso qualcosa che sia utile e gradito, quindi non può essere considerato uno scambio, per esempio la donazione degli organi POST MORTEM, assume queste peculiarità. L’essere umano prende coscienza in vita e decide prima, che la sua morte possa diventare vita per altri. La vita biologicamente parlando è un ciclo, ha un inizio ed una fine che può avvenire per morte naturale, così definito l’esaurimento cellulare fisiologico, o per malattia. Resta che singolarmente ognuno di noi può trasferire vita quando la propria è cessata. Possiamo consentire che il ciclo della vita si compia. Ecco in questo pensiero mi permetto di cogliere il nesso profondo tra il DONO e L’IMPOSSIBILE , cioè quello che sembra impossibile diventa possibile. Il DONO trascende la realtà tangibile.

Qual è il segreto del dono? Quali forme assume? È un oggetto o un gesto?
Non vi è un segreto nell’atto di donare, in quanto è una azione esplicitata da una persona con delle caratteristiche che identificano sia il soggetto che l’atto stesso. Quindi il DONO prende forma correlandosi con i concetti di relazionalità, generosità, disponibilità, partecipazione, altruismo generalizzato, civismo.
Il dono da un punto di vista sociologico non può essere certamente considerato un  oggetto ma un gesto che sottende ad una condizione dell’anima che si manifesta nella reciprocità umana. Ecco questa è per noi AIDO, di cui sono Consigliere Nazionale per la Campania oltre che Presidente del Gruppo Comunale AIDO “Liberato Venditti” di Piedimonte Matese, la mission cioè sensibilizzare l’opinione pubblica alla cultura del DONO intesa nella accezione più ampia, perché convincere soltanto ad esprimere un consenso alla donazione degli organi post mortem, sarebbe utilitaristico ma non socialmente rilevante.

Quale legame si instaura fra chi dona e chi il dono riceve? Può, il dono, essere semplicemente un atto gratuito?
Nel concetto di dono è insita la gratuità, non ci si aspetta che venga ricambiato ma capito. Si perché chi dona trasmette qualcosa di se all’altro, mentre chi lo riceve sente forte la necessità di ricambiare, cercando l’occasione di farlo poiché lo ritiene doveroso, dimenticando che nel dono non è prevista la reciprocità. Vorrei nella veste di Presidente del Club Rotary Alto Casertano portare ad esempio in questo caso di un meraviglioso progetto “Acqua dal sole” in cui senza nessun legame con gli abitanti di alcuni Villaggi in Africa, sono stati dotati di pompe per l’estrazione dell’acqua dai pozzi.

Il cavallo di Troia ci insegna che il dono non per forza è sinonimo di bontà e benevolenza. Quali sono oggi i doni “velenosi”?
Nella nostra società  il “cavallo di Troia” è usato in tutte quelle occasioni in cui adoperiamo comportanti mascherati da perbenismo, da buonismo, da parole dolci, acquietanti, per predisporre l’animo di chi deve concedere qualcosa. L’ipocrisia, l’inganno, l’egoismo, l’indifferenza, sono i doni “velenosi” che oggi costringono l’uomo alla diffidenza verso l’altro, a credere di non avere una speranza, a sopravvivere e non vivere.  

Qual è il valore del dono nella nostra economia? È ancora vivo o è svanito nella compulsione al consumo?
Certamente in una visione materialista del concetto del dono, c’è un aspetto valoriale economico, se si considerano le tre fasi che stanno alla base dell’atto del donare: donare, ricevere, restituire. Volendo esemplificare un paziente che riceve un organo per il trapianto, nei suoi spostamenti per i controlli necessita di trasporti, alberghi, sussidi non tutti gratuiti. Molto più banalmente se da una parte il fattore consumistico riveste un ruolo fondamentale dall’altra resta comunque il pensiero di voler acquistare un qualcosa per donare o restituire un dono

Il donare è una delle facce dell’erranza? Chi si mette in cammino dona quello che ha scoperto, conosciuto, incontrato?
Direi che il dono della ospitalità a chi errante giunge in un paese straniero è la risposta al bisogno di pace, di un futuro, che i popoli cercano ma non trovano nei loro confini e che pur di avere una speranza sfidano la morte, il mare, la violenza dei mercanti di uomini. Questi esseri umani, fratelli di un Dio minore, nati in paesi sottosviluppati o in alcuni casi sfruttati dall’occidente, chiedono ai loro sfruttatori una chance per vivere dignitosamente da esseri umani. Credo che l’errante è colui che nella ricerca di un luogo, dove poter vivere, offre il suo vissuto, le sue conoscenze, al popolo che incontra nel suo cammino e lo accoglie e gli consenta l’unica speranza di vita la pace, lui stesso porge le mani nude pronte a lavorare per un mondo migliore. Vorrei chiudere questa intervista con una frase di Gabriele D’annunzio: “ … io ho quel che ho donato”.

(Isabella Moroni, artapartofculture.net)

* Medico specialista in nefrologia, Consigliere Nazionale AIDO e Presidente del Gruppo Comunale AIDO “Liberato Venditti” di Piedimonte Matese.

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