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Donazione d’organo a cuore fermo:
esercito di chirurghi a lezione a Pavia

19/09/2018

Concluso a Pavia il “5th International Workshop on DCD

Donazione d’organo a cuore fermo
É il “5th International Workshop on DCD”: nelle precedenti edizioni era stato promosso esclusivamente a Londra, Parigi e Barcellona. Quest’anno , per la prima volta, si è tenuto in Italia, a Pavia e, forse, non a caso. La donazione d’organo a cuore fermo (Donation AfterCardiac Death, DCD, appunto) è una metodica che in Italia, si è sviluppata presso il Policlinico San Matteo, diventando presto riferimento nazionale. L’evento si è tenuto il  15 settembre scorso, al Polo Scientifico Cravino dell’Università pavese.

La storia del San Matteo
Esattamente 10 anni fa, al San Matteo, a settembre – ricorda Massimo Abelli, Responsabile della Chirurgia Generale Addominale e del Centro Trapianto di Rene del Policlinico, tra gli organizzatori dell’incontro – venivano eseguiti, con successo, per la prima volta in Italia, tre trapianti di rene prelevati a due donatori a cuore fermo. Questo avvenimento dava il via al Protocollo Alba che inseriva a pieno titolo e merito il nostro Paese nel novero delle nazioni in cui il programma era attivo”. La donazione a cuore fermo rappresenta una significativa possibilità per aumentare il numero dei trapianti e con buoni risultati clinici.  “I donatori a cuore fermo – spiega Marinella Zanierato, rianimatrice del San Matteo e Responsabile del Coordinamento Donazioni e Trapianti – sono soggetti nei quali la morte per arresto cardiaco avviene in modo improvviso, solitamente in contesto extra-ospedaliero, e nei quali, dopo il trasporto in ospedale e dopo che ogni tentativo di rianimazione viene giudicato inutile, si procede alla interruzione delle manovre rianimatorie per un tempo adeguato alla determinazione della morte cardiaca”.

Primato nazionale
Significativo è il numero dei donatori DCD, ambito in cui il Policlinico mantiene e consolida una primato nazionale: 11 lo scorso anno, 8, l’anno precedente e 3 nel 2015. Una trentina gli organi trapiantati. La sopravvivenza del ricevente, ad 1 anno e a 5 anni è pari, rispettivamente, al 95% e al 87.5% ed è del tutto sovrapponibile a quella dei trapianti effettuati da donatore in morte cerebrale. Nel corso del work shop scientifico si è data l’opportunità a 40 medici di varie discipline, provenienti da tutta Italia, di cimentarsi nelle procedure che caratterizzano questa tipologia di donatori, utilizzando, tra l’altro, manichini speciali e sofisticate macchine per la conservazione/valutazione degli organi. “Tutto ciò è stato reso possibile – aggiunge Abelli – grazie alla collaborazione con l’Hospital Clinic di Barcellona e il Queen Elizabeth Hospital di Birmingham che Il Centro trapianti di rene del San Matteo ha portato avanti in questi anni.

(GiornalediPavia.it)

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