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«Un rene da 40 anni, il mio regalo di Natale»

07/01/2019

Vasco Belcaro di Este nel 1978 vide la morte in faccia e fu salvato da un trapianto. «Mi davano 10 anni di vita»
«Devo tutto ad un altro ragazzo, non ho mai saputo chi fosse». L’orgoglio dell’Aido: «Questo è un caso eccezionale, molto raro»

LA STORIA
«Faremo tutto il possibile ma non sappiamo se riuscirà a salvarsi» dissero i medici padovani, con espressione cupa, in quella terribile estate del 1978. «Potrà avere circa dieci anni di vita» spiegarono pochi mesi dopo, all’uscita dalla sala operatoria, i luminari di una clinica specializzata a Bruxelles. Quarantanni dopo, invece, Vasco Belcaro è ancora qui. Ha 64 anni, una camminata claudicante e un borsello pieno di pastiglie, ma porta sempre con sé anche un sorriso pieno di gratitudine.
Padovano, originario di Este, alla Vigilia di Natale di quarant’anni fa venne sottoposto ad un delicatissimo intervento per un trapianto di rene, dopo esser piombato improvvisamente in coma e aver visto la morte in faccia. Aveva 24 anni e la sua unica speranza era quell’organo donato da un ragazzo tedesco morto in un incidente stradale. Oggi, invece, è lui stesso un simbolo di speranza.
«Fino a pochi anni fa per i trapianti di rene le aspettative di vita erano mediamente di 13 anni, ora la situazione è migliorata. Ma vivere quarant’anni dopo un trapianto simile è qualcosa di eccezionale. Un fatto rarissimo » sottolinea con gli occhi colmi di stupore la presidente regionale dell’Aido Bertilla Troietto. La sua storia, quindi, merita di essere ripercorsa.

LA TESTIMONIANZA
«Avevo 23 anni e lavoravo come decoratore di ceramiche quando ho avuto un improvviso blocco renale causato da un’infezione - racconta ora Vasco guardando negli occhi la figlia, che all’epoca aveva solamente pochi mesi -. Venni ricoverato d’urgenza a Padova, entrai in coma e il dottor Agostino Naso fu il primo a salvarmi la vita. Mi svegliai al mattino seguente e chiesi un bel piatto di pastasciutta, ma il calvario era appena iniziato». Seguono, nei mesi successivi, i contatti con diversi specialisti e poi la scelta decisiva: il trapianto di rene da effettuare alla clinica Saint-Luc di Bruxelles. «Era l’unica alternativa per continuare a vivere» spiega oggi Vasco, emozionandosi. Ma all’epoca non era certo una passeggiata. Il costo? Cento milioni di lire. Collaborarono anche gli amici della parrocchia di Schiavonia d’Este, con una colletta. La svolta il 20 dicembre, con la tanto attesa telefonata dal Belgio: «C’è un rene compatibile a disposizione ». Era quello di un coetaneo di Monaco di Baviera, morto in un incidente stradale.
«Il 22 dicembre ho subìto l’intervento - ricorda - e sono uscito dalla sala operatoria il giorno prima di Natale». Impossibile dimenticare il sorriso del dottor Alexandre: «È arrivato Gesù bambino, ti ha portato il rene nuovo. Speriamo duri a lungo».
Già, quanto? «Mi avevano dato dieci anni di vita - assicura Vasco -, ma io avevo una moglie e due figlie piccole. Ho sempre pensato solamente a vivere, a niente altro». Per altri due anni Vasco è tornato a fare il decoratore, poi è stata la moglie ad iniziare a lavorare. «Io - sorride - facevo il bambinaio». E i problemi fisici? «I primi vent’anni sono sempre stato bene, poi sono subentrati alcuni acciacchi e nel 2007 ho pure avuto un infarto. Ma il rene ha sempre funzionato al meglio».

IL RAMMARICO
Ora Vasco si diletta con lavori in casa di vario genere, si gode la famiglia e non smette mai di pensare al suo donatore.
«Purtroppo non ho mai potuto conoscere i genitori di quel ragazzo, la legge lo vieta per motivi di privacy. Una parte di lui continua a vivere dentro di me e non smetterò mai di dire grazie.
Mi sento metà tedesco e quando giocano Italia-Germania non so per chi tifare». C’è qualcun altro da ringraziare? «Sono stato costantemente monitorato a Padova dal dottor Domenico di Landro e all’ospedale di Schiavonia da Marcella Normanno e Andrea Malagoli. Grazie a tutti i medici, alla mia famiglia e ai miei compaesani».
La presidente regionale di Aido ascolta la storia con lo sguardo pieno di meraviglia: «All’epoca il Belgio era all’avanguardia nei trapianti, poi sono stati fatti passi enormi anche in Italia. Ora non serve più andare all’estero per un trapianto. Donare è un atto di generosità enorme, e la famiglia di quel ragazzo tedesco l’aveva fatto in un contesto culturale che non è certamente quello di oggi». Vasco annuisce e sorride ancora: «Mia moglie, infatti, ora è iscritta all’Aido». Un altro modo per dire grazie. In provincia oltre 35 mila iscritti.

«Adesso siamo all’avanguardia». La presidente Flavia Petrin: «Questo traguardo fa riflettere»

L’ASSOCIAZIONE
Seconda regione in Italia per il numero di soci (dietro la Lombardia) e seconda regione anche per rapporto tra iscritti e popolazione. Sono i numeri snocciolati con orgoglio dall’Aido, associazione dei donatori di organi, che conta la bellezza di 218.616 iscritti. La sezione padovana è guidata da Sergio Zaramella e questa è la terza provincia veneta con 34.516 iscritti, dietro alle province di Vicenza e Verona.
In un anno i trapianti al centro di Padova sono stati 344, a cui si sommano 25 interventi in ambito pediatrico. La maggior parte riguarda il rene (172 più 25 al pediatrico), seguono i trapianti di fegato (109), cuore (40), polmone (23) e pancreas (8).
È possibile dichiarare la propria disponibilità alla donazione attraverso l’anagrafe (dal 2015 è possibile farlo al rinnovo della carta d’identità), l’Aido e l’Ulss.

UN SEMPLICE GESTO
«Questo importante traguardo raggiunto da Vasco Belcaro deve far riflettere tutti noi – commenta con soddisfazione la veneziana Flavia Petrin, presidente nazionale di Aido -. Un semplice sì ha permesso a Vasco di vivere una vita piena a fianco della sua famiglia per 40 anni. In quegli anni le donazioni in Italia erano poche e si andava all’estero dove le cure erano molto costose. Oggi nel nostro Paese abbiamo invece raggiunto livelli qualitativi che ci mettono ai vertici dei Paese Europei e la terapia del trapianto è gratuita, a carico del Servizio Sanitario Nazionale. La persona è seguita molto bene prima del trapianto, durante ma anche dopo.
I progressi effettuati negli anni nel campo della terapia immunosoppressiva, uniti al progresso della tecnica chirurgica, hanno fatto sì che le indicazioni al trapianto si potessero estendere a un numero di patologie sempre maggiore».
Aido da 45 anni è impegnata nella promozione della cultura del dono, in particolare della donazione di organi, tessuti e cellule.
«Non c’è limite di età per esprimere la volontà a donare - aggiunge la presidente -. Per rene e fegato non ci guarda l’età anagrafica ma la funzionalità dell’organo. Oggi il donatore medio è ultrasettantenne».

(Gabriele Pipia,Gazzettino.it)

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