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Trapianti a Napoli, dove rinasce la vita: viaggio nel reparto dei destini incrociati

25/11/2019

Leggi Centro regionale dei trapianti e immagini scene da Grey’s anatomy: gente concitata in camice che corre da un paziente all’altro nel tentativo di salvare vite, medici in corsia che si affannano in cerca di soluzioni, bip bip ansiogeni e bombole di ossigeno che gorgheggiano, pazienti in attesa, familiari in ansia.

Invece qui, al primo piano del "Padiglione F" dell’Ospedale Cardarelli, nel Quartier generale dei trapianti in Campania, diretto dal dottor Antonio Corcione, il bisturi è la parola. Si ragiona più di coscienza che di scienza. Cinque aree funzionali, cinque dirigenti medici, una infermiera. Trentasette strutture sanitarie da coordinare, referenti in tutte le Asl. Ma poi sociologi, psicologi, operatori dell’informazione, un ingegnere informatico. Il lavoro è molto orientato sulla conoscenza e la sensibilizzazione.

«I trapianti - dicono negli uffici del Crt - avvengono nelle sale operatorie. Qui costruiamo reti e sensibilità». Che poi la rete è una, ed è quella grande del dono.

«Senza donazione non c’è trapianto», dice Enzo Del Giudice, dirigente area sanitaria del Centro. E mentre lo dice arriva negli uffici la notizia di una doppia possibile donazione in corso. «Due potenziali donatori - fa sapere Barbara Leone, responsabile area formazione - sono stati segnalati presso le strutture della Federico II e la casa di cura Villa dei Fiori di Acerra. In entrambi i casi c’è il consenso dei familiari».

Con notizie così, nel Crt si scatena l’adrenalina. Due donatori per consenso familiare sono un evento, e possono a catena salvare vite, dare speranza a chi la sta smarrendo. «Non si sa molto di questi due casi -dice Leone -. Ma ora si mette in moto una macchina che coinvolge 150 persone». La vera macchina salvavita. «Ormai la tecnica scientifica è collaudata – riflette Del Giudice - garantiamo ai trapiantati una vita identica a quella di prima. Parliamo di recupero totale. Il vero lavoro da fare oggi è sulla cultura della donazione. Bisogna far capire a tutti che possiamo serenamente donare ciò che non ci serve più, perché da morti purtroppo gli organi non ci occorrono».

POCHI AL SUD
Ma il dono dei propri organi, al Sud, non attecchisce. La media nazionale dei donatori utilizzati nel 2018 è stata di 22,6 per milione di abitante. Tutte le regioni del meridione sono al di sotto. La Campania è a 10,1 donatori utilizzati per milione di abitanti. La Valle d’Aosta a 70,9. La Toscana a 46,8. La Puglia a 7. Crescono, però, da qualche anno, soprattutto con il sistema del consenso agli uffici anagrafe dei comuni in occasione del rilascio delle Carte di identità, i numeri dei donatori disponibili. Fino al 2015, in tutta Italia, non si arrivava al milione e mezzo, quasi tutti attraverso l’Aido, l’associazione dei donatori. Ora sono 7 milioni. Anche qui, però, il Nord dice sì più facilmente. Il dato attuale in Campania è di circa 600mila sì (Avellino in testa) raccolti prevalentemente attraverso i Comuni. Mentre ha detto esplicitamente no alla donazione il 41,8% degli interpellati. La media nazionale è del 29. Questo ovviamente rallenta i trapianti, allunga le liste di attesa, fa perdere tempo e opportunità a malati che potrebbe rimettere in piedi la propria vita. Fino al mese scorso in Campania, per tutto il 2019, ci sono state solo 110 donazioni e 72 trapianti. I pazienti in lista di attesa sono circa 9mila, la maggior parte – 6500 – sogna un rene. Circa mille pazienti, invece, attendono un fegato; 716 un cuore, poi polmone e pancreas. Il tempo medio di attesa per un trapianto di reni è poco più di tre anni.

IL DONO
Dove si blocca il meccanismo? «Non nella raccolta dati – dice il dottor Del Giudice -. Il sistema informativo trapianti funziona benissimo. I Comuni, quando rilasciano una carta di identità compilano un modulo elettronico e assumono anche il sì o il no del cittadino a donare i propri organi in caso di decesso. Questa notizia finisce subito nel sistema ed è attingibile in tempo reale da tutte le strutture. Così quando avviene un decesso sappiamo subito se si tratta di un donatore e incrociamo la disponibilità dei suoi organi con le richieste. Una volta avevamo pochi dati sulla volontà originaria del deceduto, e quasi tutto passava per la volontà invece dei familiari, con tutte le complicazioni legate alla velocità della decisione e al dolore del momento. Oggi sui dati si viaggia spediti. Ma per fare i trapianti ci vuole un dono, torniamo al tema iniziale». Il dono di sé. Un gesto di altruismo, che peraltro non costa nulla. Eppure ci sono ancora resistenze culturali. «Io – dice ancora Del Giudicenon ho nulla contro chi nega il suo consenso. Siamo persone libere e liberamente dobbiamo essere rispettate nella nostra volontà. Però sento il dovere di far capire quanto è importante donare. Faccio spesso l’esempio di mio figlio. Una volta un bambino aveva bisogno di un cuore e mio figlio piccolo mi disse che voleva dargli il suo. Non immaginava di non poterlo fare. Ma in quel gesto c’è l’umanità dei bambini. Noi dovremmo fare lo stesso. Quando siamo morti, purtroppo, i nostri organi non ci servono più. Perché non donarli a chi li può ancora usare?».

(Antonio Menna, Il Mattino)

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