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Novi Ligure: “Un tè in biblioteca con l’autore”.

27/06/2011
Questo il titolo dell’iniziativa organizzata il 27 maggio presso la sala conferenze della biblioteca di Novi per diffondere la cultura della solidarietà e far conoscere il lavoro dell’Associazione Italiana per la Donazione di Organi, Tessuti e Cellule - Gruppo Frederick di Novi Ligure. Ospite d’eccezione del pomeriggio Francesco Abate, cronista de “L’Unione sarda”, autore di libri di successo, tra i quali “Chiedo scusa” scritto a quattro mani con Saverio Mastrofranco, pseudonimo dietro al quale si nasconde il noto attore romano Valerio Mastandrea, ma soprattutto trapiantato di fegato. Durante l’incontro Andrea Bobbio e Francesca Mutti, trapiantata di rene, accompagnati dal violoncello di Cecilia Ponassi e dal flauto di Francesca Serratore dell’Istituto Musicale “A. Casella”, hanno letto alcuni brani tratti dal romanzo “Chiedo scusa”, per poi commentarli e approfondirli con l’autore. “Chiedo scusa” è la storia di un trapianto di fegato, ma non è una storia di malattia, tutt’altro. É la storia di una guarigione, della riscoperta del significato più autentico della vita. Il libro è un susseguirsi di emozioni, il lettore piange con il protagonista, si addentra nei meandri dell’iter del trapianto, ma soprattutto ride. Proprio così, perché Francesco Abate è riuscito a trovare il lato ironico e divertente di un tema che troppo spesso viene ignorato, se non addirittura rimosso dall’opinione pubblica, quello della donazione e del trapianto. Al termine della presentazione l’autore ha raccontato a Panorama come l’esperienza del trapianto ha cambiato la sua vita. Perché ha deciso di intitolare il suo libro “Chiedo scusa”? Che significato ha questo titolo? Perché spesso la natura è ingenerosa e si accanisce sempre sui più deboli. Questo titolo serve per chiedere scusa a tutti quelli che soffrono, a chi non ce la fa, a tutti coloro che sono stati colpiti da un lutto o da un dolore, proprio perché la natura non chiede mai scusa. Il racconto anche se nasce dalla mia storia personale, è una storia universale, di tutti, perché ogni famiglia purtroppo ha subito una perdita o una malattia e di questo nessuno si è mai scusato. Quanto c’è di Francesco in Valter, il protagonista del libro? Il libro è autobiografico al 99%. Di me c’è molto, quasi tutto. Le uniche cose non vere sono la situazione sentimentale del protagonista e la redazione in cui lavora, per il resto la nostra vicenda è identica. Valter per ricevere il suo “dono” (ndr. così i trapiantati chiamano l’organo ricevuto dal donatore) deve aspettare 14 mesi, cosa significa per un malato questa attesa? Significa farsi passare addosso tutti gli stati d’animo possibili, dalla gioia, alla speranza, dall’incertezza al terrore più estremo. Tutte queste sensazioni si alternano di continuo in attesa di mettere fine a tutto l’iter per il trapianto. Cito una frase dal libro: “Ogni sera mi sono chiesto cosa potrò fare io per ricambiare che mi paga la possibilità di rimanere vivo”. Cosa prova un trapiantato nei confronti del suo donatore? Si prova amore, semplice e puro amore. Non c’è un altro sentimento che possa descrivere meglio quello che un trapiantato prova. La gratitudine è un sentimento inferiore, quello che provo è il massimo del sentimento che un essere umano possa provare nei confronti di un suo simile. Ogni volta che faccio una lettura di presentazione soffro, perché è come se dovessi raccontare la morte di una persona che ho sempre conosciuto e vissuto, anche se così non è. Com’è cambiata la sua visione della vita dopo il trapianto? La mia vita è cambiata nel senso che sono cambiate completamente le mie priorità. La priorità diventa la vita stessa, cominci a viverla veramente, la spolpi di tutto ciò che è in eccesso. Non ti arrabbi più perché il tuo collega va in ferie nello stesso periodo in cui avresti voluto andare tu o perché ottiene una promozione al posto tuo. Tutte le cose che per una vita ti hanno adombrato non esistono più, spariscono e si trasformano nell’amore per ogni giorno della tua esistenza. Anche qui, ora, sto conoscendo gente nuova, in un posto nuovo, sto raccontando il mio libro, e sono felice di essere a Novi a fare una nuova esperienza. Perché donare e perché iscriversi all’A.I.D.O.? La domanda dovrebbe essere “perché non farlo?”. Fare diversamente non ha senso, non ha senso impedire che da un lutto non si generino altri lutti. La donazione infatti rende una morte non vana, fa sì che un sacrificio umano non vada perso. Donando gli organi inoltre una parte di noi continuerà a vivere, regalando una nuova vita ad altre persone. Si pensi che in questo momento in Italia ci sono circa 10.000 persone in attesa, dai dati dello scorso anno, risulta che potenzialmente solo 3.000 di queste riusciranno a ricevere in dono un organo che potrà salvare la loro vita o renderla migliore. Questo significa che per i restanti 7.000 la sorte sarà ben diversa. Se ciascuno di noi esprimesse il proprio consenso alla donazione, le liste di attesa si azzererebbero e le richieste di organi andrebbero in pari. Quindi la domanda è “perché non donare?” (Alessandra Sorlino)
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