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“WELFARE, NUOVE SFIDE E PRIORITÀ”: LE PROPOSTE DEL FORUM TERZO SETTORE … E LA PROTESTA

08/07/2011
In ideale collegamento con l’incontro del 3 febbraio – in cui erano stati messi sul tavolo i presupposti per una elaborazione veramente partecipata del nuovo Piano Sociale e Sanitario – il 21 giugno, a Bologna, il Forum Terzo Settore Emilia-Romagna ha chiamato nuovamente a raccolta l’associazionismo, la cooperazione sociale, il volontariato (cioè le tre ‘anime’ del terzo settore), e gli amministratori regionali e locali per proseguire nel cammino iniziato, presentando alcune riflessioni e proposte con l’intento di portare dei contributi concreti alla prossima programmazione sociale e sanitaria, prima che questa avvenga. Di grandissimo spessore la relazione di apertura “Presente e futuro del servizio sanitario nazionale: come resistere alla crisi” (integralmente disponibile in allegato) presentata da Fosco FOGLIETTA, docente Università di Bologna e di Ferrara, nonché neo-presidente di CUP 2000. Il tema centrale del convegno, “Le proposte del Forum per il nuovo Piano Sociale e Sanitario regionale”, è stato sviluppato nella successiva esposizione di Giovanni MELLI, portavoce Forum Terzo Settore E.R., riferita al documento elaborato a seguito del confronto tra le organizzazioni regionali aderenti. L’esperienza del precedente Piano è imprescindibile, con i due punti cardine che però non sono ancora realizzati: A) la centralità della persona, da salvaguardare con l’integrazione fra i settori sociale e sanitario anche riguardo ai finanziamenti: poiché la salute non è semplicemente l’assenza di malattia bensì “uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale” (OMS), tutti gli aspetti della vita dell’individuo e della comunità hanno a che fare con la promozione del bene-essere e l’accompagnamento al superamento del male-essere, e quindi sono interessate non solo le politiche sociali e sanitarie, ma anche quelle culturali, formative, lavorative, abitative, ambientali; B) la partecipazione alla programmazione delle comunità e delle organizzazioni della società civile, soprattutto a livello provinciale e distrettuale, e non solo in modo formale o dimostrativo: occorre ripensare gli strumenti esistenti in un’ottica di vera sussidiarietà orizzontale, che non vuol dire demandare al terzo settore, e al volontariato in particolare, i compiti delle istituzioni pubbliche, bensì valorizzare le potenzialità progettuali della comunità civile. Alla luce di ciò, è possibile individuare e definire alcuni temi operativi strategici e prioritari per la nuova programmazione. 1) Presa in carico e “Sportello sociale” – La presa in carico è un passaggio particolarmente delicato; per questo è fondamentale che si realizzi sin da qui una reale integrazione tra servizi, che passa anche attraverso una specifica formazione degli operatori. Pertanto lo “Sportello sociale” è un servizio fondamentale in quanto rappresenta in molti casi il primo vero impatto tra le famiglie e i servizi, e quindi dovrebbe costituire innanzitutto uno “Sportello della salute” (secondo la definizione OMS) a cui qualsiasi persona si possa rivolgere. 2) Prevenzione e promozione dell’agio – Fino ad ora nella programmazione locale si è privilegiata un’ottica ‘riparativa’, cioè la riduzione del danno, l’intervento di emergenza, la cura, piuttosto che la prevenzione attraverso la promozione dell’agio, del protagonismo giovanile e della cittadinanza attiva. Sono fondamentali quindi un sistema di comunicazione capillare, e la progettazione di programmi locali di prevenzione che coinvolgano le comunità nell’accezione più ampia del termine. 3) Accreditamento socio-sanitario – Il processo di accreditamento è imprescindibile, ma va adeguatamente valutato e, se necessario, rivisto e ripensato per dare risposta ai bisogni che cambiano, anche con soluzioni innovative; altrimenti si rischia di impiantare servizi ottimizzati a tavolino, che valorizzano le nuove professionalità lasciando però in piedi modalità operative superate. 4) Lavoro e “categorie svantaggiate” – L’attuale situazione di crisi impone una riflessione sull’importante tema dell’inserimento lavorativo dei soggetti più deboli. In questo senso sarebbe necessario promuovere una maggiore integrazione tra politiche sociali e politiche del lavoro, e avviare un confronto volto a valorizzare il ruolo e la funzione della cooperazione sociale, anche prevedendo nei bandi pubblici una quota di commesse a favore delle cooperative sociali di tipo B. 5) Flessibilità – I mutamenti sociali e la diminuzione delle risorse impongono anche una riflessione sul tema della flessibilità: il rischio è che l’autorganizzazione di cittadini e famiglie vada a avanti da sé e senza alcuna regola (emblematico in questo senso è il fenomeno del “badantato”). È quindi necessario che la Pubblica Amministrazione avvii, in un’ottica di programmazione condivisa, un percorso per porre nuove regole, e che l’associazionismo di promozione sociale venga riconosciuto fra le forme di autorganizzazione. 6) Semplificazione dei processi partecipativi e partecipazione qualificata – È fondamentale avviare un processo di semplificazione dei molti organismi/meccanismi di partecipazione, anche accorpando quelli con finalità e compiti comuni, e nello stesso tempo azioni informative sui loro ruoli e funzioni, nonché percorsi di formazione dei soggetti coinvolti, perché possano parteciparvi in modo competente e qualificato. 7) Programmazione provinciale/CTSS – La Conferenza Territoriale Sociale e Sanitaria deve vedere la partecipazione dei Forum Provinciali, sia nella fasi di realizzazione e valutazione dei risultati, che in quella di programmazione e individuazione di obiettivi e priorità; un utile strumento, già sperimentato a Bologna con ottimi risultati, è l’adozione di ‘tavoli’ tematici su ambiti trasversali aperti a tutte le organizzazioni del territorio. 8) Piani di Zona per la Salute e per il Benessere – La partecipazione delle organizzazioni della società civile ai precedenti Piani di zona non è stata priva di difficoltà e criticità; per questo è necessario introdurre strumenti di valutazione, verifica e controllo condivisi, e avviare un percorso per individuare le azioni che si potrebbero mettere in campo per favorire il funzionamento dei Piani di zona e la partecipazione del terzo settore. Anche negli interventi che sono seguiti, relativi a “Il punto di vista del terzo settore”, è stato ribadito come portante l’obiettivo dell’integrazione fra i servizi, con esempi che testimoniano quanto sia ancora lontano dall’essere conseguito. Non è meno necessaria la ‘messa in rete’ delle risorse umane, che le valorizzi al massimo coinvolgendo pubblico e privato nella vera sussidiarietà; ma anche la valutazione severa dell’esistente, e lo sforzo di previsione dell’evoluzione dei bisogni nei prossimi anni – è stato detto – rappresentano strumenti imprescindibili per affrontare la sfida che abbiamo davanti. Successivamente, sul tasto dell’integrazione fra le politiche sociali e sanitarie ha battuto anche Teresa MARZOCCHI – assessore regionale Promozione Politiche sociali e di Integrazione per l’Immigrazione, Volontariato, Associazionismo e Terzo Settore – intervenuta per “Il punto di vista delle istituzioni”: il welfare deve sempre più essere di comunità, coinvolgendo tutte le componenti (sociale, sanitaria, assistenziale, educativa, formativa), ed il medico di base deve sempre più essere lo ‘sportello’ di accesso al sistema dei servizi; anche l’integrazione dei fondi è già una buona realtà nella nostra regione, da consolidare e rafforzare. È comunque una strada obbligata negli attuali tempi di crisi e precarietà, poiché non vogliamo abbassare la qualità dei servizi offerti. Dal concetto stesso di “welfare” è partito Carlo LUSENTI – assessore regionale Politiche per la Salute – sottolineando che nella nostra regione esso differisce sostanzialmente da quello che, a livello nazionale, vede prevalere l’ottica di assistenza emergenziale, residuale e caritatevole; anche gli atti formali ci differenziano, poiché soltanto nella nostra regione invece di due Piani distinti ve n’è uno solo, sociale E sanitario. Insomma, dobbiamo essere consapevoli che l’Emilia-Romagna va e continuerà ad andare controcorrente, dal momento che noi vediamo il welfare come organizzazione dei servizi basata su un’idea di uguaglianza; e dobbiamo quindi condividere l’ulteriore consapevolezza che, benché il mondo sia cambiato, non tutto per noi è da cambiare, perché i presupposti di fondo – cioè l’impianto culturale e valoriale – sono da salvaguardare. Due giorni dopo, il 23 giugno, è stata la volta della protesta, espressa dai rappresentanti del Forum regionale del Terzo Settore e dalle Associazioni del cartello "I diritti alzano la voce" – promotori della manifestazione nazionale contro i tagli del Governo al welfare, svoltasi a Roma ed in altre città d'Italia – con una manifestazione a Bologna davanti alla sede della Regione. I numeri sono drammatici e purtroppo incontrovertibili: dal 2008 al 2011 i fondi nazionali per le politiche sociali sono passati da oltre 2,5 miliardi a soli 538 milioni di euro, con una diminuzione dell’80%; oltre alla drastica riduzione dei trasferimenti statali, sono stati completamente azzerati il Piano straordinario dei servizi socio-educativi, il Fondo nazionale per la non autosufficienza, cui la Regione Emilia-Romagna ha scelto di sopperire ancora nel 2011 con proprie risorse, e il Fondo per le politiche della famiglia. Molto chiara la posizione dell’assessore MARZOCCHI nell’incontrare i manifestanti: “Oggi siamo qui tutti uniti – Regione, Enti locali, Associazioni – per protestare contro tagli che ormai sono diventati insostenibili; a Bologna, così come a Roma, vogliamo dire al Governo che non è possibile continuare in questo modo: è una questione di civiltà”. “La Regione aderisce a questa mobilitazione: la manovra dello scorso anno, la manovra attuale, che si annuncia anch’essa pesantissima, la crisi economica stanno mettendo fortemente a rischio nel nostro Paese la sopravvivenza stessa del sistema di welfare. Questa Regione non permetterà che vengano azzerati servizi essenziali per i cittadini”.
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