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Trapianto di fegato: a Udine uno studio pilota unico al mondo

13/09/2021
Trapianto di fegato: a Udine uno studio pilota unico al mondo

Pubblicati i risultati della tecnica innovativa perfezionata dall'università di Udine
in collaborazione con l'azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale

Un lavoro pioneristico, unico al mondo, che arriva da una felice intuizione di utilizzare la tecnica diagnostica del verde di indocianina, colorante biologico innocuo per l’organismo, anche su donatori e riceventi d'organo. La ricerca è stata la prima al mondo a mettere in evidenza l’associazione tra la variazione percentuale del verde di indocianina e la ripresa funzionale dell’organo nel post-trapianto. In questo modo si può valutare e monitorare la funzionalità del fegato pre e post intervento, attraverso un unico esame non invasivo. Questo consente di ridurre al minimo i rischi per il paziente destinato ad accogliere il nuovo organo, favorendone una pronta e sicura ripresa e scongiurando anche le eventuali complicanze dovute ad un possibile rigetto. Il primo studio pilota, da poco pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale PlosOne”Association between the donor to recipient ICG-PDR variation rate and the functional recovery of the graft after orthotopic liver transplantation: a case series” è frutto del lavoro congiunto tra dipartimento di Area Medica UniUD e Azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale.

Lo studio
Lo studio è stato condotto ad oggi su una casistica ancora limitata con 36 misurazioni tra 18 donatori e 18 riceventi e un’età media rispettivamente di 51,5 e 56,3 anni. ”La indocianina viene utilizzata da tantissimo tempo per i test sulle funzionalità del fegato prima di una resezione ma anche in campo medico, per valutare l'andamento di patologie acute o croniche. La nostra intuizione è stata quella di utilizzare questa procedura di routine per fare una valutazione dell'organo prima del prelievo dal donatore, sia dopo averlo trapiantato nel ricevente. In pratica facciamo una valutazione del fegato e di quello che gli accade nelle 48  ore che servono per concludere l'operazione, dall'espianto al trapianto”. sottolinea il professor Umberto Baccarani, direttore del Centro Trapianti di Fegato  dell’ASUFC e docente di Chirurgia Generale presso il DAME. E aggiunge: ”I vantaggi potrebbero essere molteplici, prima di tutto possiamo avere una valutazione continua della funzionalità dell'organo. Potremmo addirittura decidere in fase preliminare che un fegato non sia adatto al trapianto perché il test mette in evidenza delle disfunzioni.  E quindi non sottoporre al trapianto il paziente ma aspettare un organo che abbia funzionalità ottimale. Le prospettive sono ampie. Siamo solo al primo studio pilota. Ma abbiamo già contatti con altre università per ampliare la ricerca”.

Il trapianto
“Il trapianto di fegato è un processo delicato e complesso che espone l’organo ad una serie di indubbi rischi con importanti ripercussioni sulla sopravvivenza del paziente stesso – spiega il dottor Vittorio Cherchi, della Clinica Chirurgica ASUFC e co-autore della ricerca, insieme al professor Luigi Vetrugno;  - Attraverso questa tecnica, già ampiamente nota eppure mai utilizzata in questo specifico ambito, riusciamo dunque a valutare tempestivamente la condizione del fegato una volta trasferito, a capire quale sia stato l’impatto sull’organo della fase in cui è passato dal donatore al ricevente e a predirne il recupero.”

La procedura
Mininvasiva e a costo irrilevante, la procedura risulta oltretutto di semplice applicazione. ”Il colorante, facilmente metabolizzato dall’organismo, viene inizialmente iniettato endovena nel paziente donatore, 6 ore prima del trapianto, e misurato attraverso uno strumento, il pulsi-ossimetro - precisa il professor Giovanni Terrosu, direttore della Clinica chirurgica ASUFC e docente di Chirurgia Generale presso il DAME, rimarcando anche l’importanza di donatori e familiari nel fondamentale supporto al progresso scientifico – L’operazione viene poi ripetuta sul paziente in cui è stato trapiantato l’organo, a 24 ore dall’intervento. La comparazione dei dati tra donatore e ricevente, che effettuiamo attraverso la scala MEAF - Model for Early Allograft Function, ci permette dunque di capire velocemente se l’organo innestato stia funzionando bene o meno. Indubbio il vantaggio per il paziente che ha così la certezza di una ripresa rapida e in totale sicurezza”.

L’innovativo studio ha già suscitato forte interesse confermando ancora una volta l’Università degli Studi di Udine al passo con l’innovazione tecnologica e ai vertici della ricerca scientifica nazionale ed internazionale.

(Sara Marcon, UdineToday.it)

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