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CANTI E DONAZIONE, TRA-PIANTI E GIOIA

26/09/2011
25° Anniversario della presenza A.I.D.O. nella provincia di Catania Riposto, 22 settembre 2011 Letture affidata a Pippo Pattavina. 1^ Storia: Il regalo più bello (speranza di un Trapianto di Rene). In dialisi da oltre dieci anni, la mia vita è dipendente da una macchina: quattro ore al giorno, uno sì ed uno no, tutte le settimane, tutti i mesi, tutti gli anni, senza ferie, senza vacanze, senza interruzioni. In dialisi ci si deve recare comunque, indipendentemente dalle condizioni contingenti, nonostante febbre alta, dolori, gravi situazioni personali e familiari; sempre, con il caldo e con il freddo, anche quando vorresti restare a casa o vorresti partire in vacanza. Conduco, pertanto, un’esistenza dimezzata che mi causa grandi sofferenze; ma ho 60 anni e mi stringe ancora di più il cuore quando vedo accanto a me giovani e giovanissimi che hanno davanti la stessa prospettiva di vita. Man mano che gli anni passano, la dialisi degrada l’organismo; una china che poteva e può essere interrotta grazie ad un trapianto di reni che per me non è stato, fin qui, possibile per mancanza di organi e che diventa sempre più difficile a causa dell’età e delle crescenti complicanze legate alla dialisi. Queste considerazioni sono sempre presenti, ma oggi sono ancor più cogenti perché Pippo, il mio vicino di letto in dialisi, festeggia i suoi 22 anni, immobile per quattro ore nel suo lettino, legato alla macchina con due grossi aghi infilzati nel braccio. Poco fa raccontava di aver ricevuto bei regali; si sforzava di sembrare felice ma, il suo era un sorriso forzato, amaro, perché il vero e unico regalo che lo avrebbe fatto veramente felice era l’affrancamento da questa vita dimezzata attraverso IL TRAPIANTO. 2^ Storia: Renato (donazione incompiuta). … Ricordo Renato. Era un pomeriggio di non so più quale giorno. Lo ricoverarono nella mia stessa stanza per gli ultimi preparativi prima del trapianto. Veniva da una lunga attesa. Mi colpì la “stanchezza” che traspariva dal suo sguardo, segno di un profondo logorio interiore che veniva da lontano. Non una parola, un lamento, una domanda mentre le infermiere lo preparavano. Sua moglie era lì , quasi in disparte anche lei visibilmente segnata . Mi colpi l’apparente assenza di emozioni, di tensione quasi la rassegnazione che dominava le loro anime. Ed io, discreto e stupito,osservavo quell’immagine irreale. Lo portarono in sala operatoria e uno strano silenzio invase la stanza che rimase senza nessun segno del loro passaggio. Nei due giorni e notti successive, sua moglie rimase in sala d’aspetto in attesa di notizie che non arrivavano mai. Ogni volta che mi recavo lì, la vedevo sempre seduta sulla solita poltrona, con lo sguardo che lentamente si spegneva, immobile, nell’espressione. Qualcuno le voleva stare vicino, le aveva portato qualcosa da mangiare ma lei non c’era, “era uscita”, era andata a dare l’estremo saluto a suo marito prima dell’ultimo viaggio senza ritorno….” Renato è morto perché arrivato al trapianto logoro da un’attesa troppo lunga. 3^ Storia: A Rebecca (il prodigio di un trapianto) Carissima Rebecca, figlia mia, questo è il primo Natale che abbiamo passato insieme. In verità ne hai già assaporato uno lo scorso anno nella pancia di tua madre e non credo che tu abbia sentito molto visto che eri piccolissima ma credo tu abbia avvertito già il calore del nostro amore là dentro. Tu, come tutti i neonati, sei una bambina speciale per noi. Ma lo sei anche perché tu avresti potuto non nascere. Tu sei figlia di un doppio gesto di amore. Quello dei tuoi genitori che ti hanno voluta. E quello di un angelo che lasciando questo mondo cinque anni fa, ha deciso che i suoi organi erano più preziosi qui, sulla terra, che non un cielo. E il tuo babbo è stato scelto per avere un fegato nuovo, perché il suo era ammalato e lo stava portando alla morte. Quanta sofferenza, quanta paura, quanta ansia. Ma quanta gioia una volta operato! Il tuo babbo, grazie a quel gesto di amore che è la donazione di organi è ancora vivo e sta bene! È tornato a una vita normale come tutti gli altri! E quando ti ha visto per la prima volta tre mesi fa, ti ha guardato e si è messo a piangere come un bimbo. Come se il brutto sogno in cui si era addormentato all'età di 18 anni ammalandosi, fosse finito e tutto si fosse completato con la tua nascita. Quante cose ci siamo detti, ricordi? Mi ascoltavi un po' curiosa, un po' sorridente, impaziente di vedere anche la tua mamma ancora in sala parto. Stare tutti e tre vicini è stata un'emozione così grande che mai la dimenticheremo. E tutto grazie a quell'angelo che mi ha regalato amorevolmente il suo fegato prima di volarsene via. Se avesse detto: “No, i miei organi non voglio donarli, vengono con me in cielo” il tuo babbo sarebbe certamente morto e tu non saresti mai nata. E invece eccoti qua a festeggiare il tuo primo Natale. E se un domani crescerai e metterai al mondo un figlio, quell'angelo non avrà donato la vita solo al tuo babbo, ma anche a te e a tuo figlio. E se un domani tuo figlio farà nascere un altro figlio le vite salvate saranno quattro e così via chissà per quanti anni. Dal “Sì” alla donazione di una persona, guarda quante vite sono nate! Per questo ho pregato che il Natale dei genitori del mio angelo sia stato il più sereno possibile, e spero tanto che sentano la mia vicinanza, ovunque siano ... A te, piccola Rebecca, e alla tua dolce mamma auguro una vita serena e piena di gioia! Sei tu il nostro regalo più grande! Federico Letture affidate a Gino Astorina 1^ Storia: Giuseppe (trapianto con successo) Quando la malattia irrompe nella tua vita ti lascia attonito, stordito. Ti trascina in un vortice di domande rabbiose - Perché proprio a me? Dove ho sbagliato? Come sarà adesso la mia vita? ... Anche a me è successo, anch'io, come tutti, ho sempre saputo che questa è una eventualità che può capitare a chiunque. Ma quando è successo davvero, quando sono uscito dal mondo dei "sani" per entrare nello status di "malato", allora lì ho capito davvero. Una cosa mi è stata subito chiara: la gravità della mia malattia. L'unica via d'uscita? Il trapianto! Sono stato catapultato, senza preavviso, in un mondo che non conoscevo, di cui neppure sospettavo l'esistenza, un mondo di dolore e di paura, di ansia e di giorni contati alla rovescia. Ogni mattina era un giorno in più, un giorno guadagnato alla morte. Ho scoperto cosa vuol dire trovarsi in lista di attesa, sapendo che quella lista, quei nomi sconosciuti, erano tutte persone che, come me, dipendevano dalla scelta di un altro, di uno sconosciuto che, col suo sì o col suo no, avrebbe decretato il nostro futuro, la fine della nostra brutta avventura. Ho scoperto cosa vuol dire svegliarsi la notte col terrore dell'ignoto, con i rimpianti delle cose lasciate a metà e senza più la forza di portarle a termine, con la vita che senti scorrere via. Tu, impotente, avresti voglia di gridare che non è giusto, che non sei ancora pronto, che ti venga concessa un'altra occasione. Poi è arrivata la telefonata. Qualcuno, nell'angoscia della perdita, aveva comunque pensato a me, in incognito, ad un malato che attendeva il suo dono di vita. E il dono è arrivato. Sono vivo, ho ritrovato le forze, l'entusiasmo, la felicità pura di riassaporare le piccole cose quotidiane, quelle che sembrano insignificanti fino a quando non corri il rischio di perderle. Tante volte mi sono chiesto: Avrei saputo fare altrettanto? A questa domanda non ho ancora dato risposta. Prima della malattia avevo sentito parlare di donazione degli organi, ma il problema non mi aveva neppure sfiorato; mai avrei potuto credere che sarebbe toccato a me farci i conti. Oggi voglio dire grazie al mio donatore, a questo sconosciuto che ha saputo compere un gesto di amore universale. Lui o lei non sapranno mai chi è stato il destinatario del loro dono e, forse, poco importa. Loro, tra la vita e la morte, hanno scelto la vita. 2^ Storia: Margherita (trapianto atteso invano) Oggi la mente ritorna ad un pomeriggio di primavera di parecchi anni fa. Cerco di scacciare via i ricordi tristi che mi riportano alla tua malattia, qualche volta ci riesco, altre volte no. Eravamo in terrazza quel pomeriggio, io impegnata ad innaffiare i gerani, mentre tu mi seguivi con lo sguardo e mi prendevi in giro perché io parlavo con i fiori. Ormai ti eri reso conto che la tua dipartita sarebbe stata imminente e lì, circondati dai fiori che tanto amavi, con il sole impigrito di quel tardo pomeriggio, gettasti giù una frase, distrattamente, con lo stesso tono di chi commenta le condizioni del tempo: “Ti lascio il mare” dicesti con un filo di voce che si disperse tra i fiori attorno a te. Il suono di quelle parole anche se soffuso, leggero, mi colpì come una raffica di vento gelido e penetrante. Sapevo il significato di quella frase, lo colsi nella sua interezza e nella sua sconfinata disperazione. “Il mare ti saprà consolare quando io non potrò esserti vicino”- continuasti lentamente schiarendoti la voce- il suo suono melodioso ti inonderà il cuore quando sarai prigioniera dei ricordi, le sue onde ti porteranno il calore del mio amore, quando tu penserai di averlo perduto per sempre. Il mare saprà darti tutto ciò che io ho cercato di “darti”: ti ascoltavo in silenzio, fingevo di interessarmi ai fiori, non volevo guardarti in viso perché non avevo il coraggio. Il mare sta sempre lì, le sue onde fragorose mi fanno spesso compagnia, i suoi colori cangianti mi danno tanta gioia, i suoi bagliori notturni accendono la speranza, la sua voce lontana mi parla di un ragazzo semplice, della sua sincerità, della sua correttezza, dei suoi occhi verdi da bambino ed io vorrei con tutto il cuore che questo splendore della natura, anche lui potesse vederlo. Il sole infuocato di quel pomeriggio di giugno entrava prepotente attraverso le grandi finestre dell’ospedale. L’aria era irrespirabile. I fiori davanti alla statua della Madonna avevano reclinato il capo. Il mio sguardo si posò su Margherita, il suo viso era imperlato di sudore, i suoi occhi si chiudevano per la fatica. Anche lei aveva voluto assisterti notte e giorno senza lasciarti un attimo. Mi si strinse il cuore nel vederla così piccina, smunta in viso e rassegnata nello sguardo. “Lo vuoi un gelato?” le chiesi di getto, nella speranza di far nascere un lieve sorriso sul suo volto. Lei disse di sì. Andammo al bar di fronte. Margherita consumava a piccoli morsi il suo gelato, lentamente, con la mente altrove. Io sorseggiavo l’ennesimo caffè della giornata, nervosamente allungavo lo sguardo verso la finestra della tua stanza. Mimmo mi aveva detto che c’era stata una donazione e che da un momento all’altro sarebbe arrivato l’organo. Per tutta la mattina non avevo fatto altro che guardare verso la porta, nella speranza che mi si portasse la notizia bella per noi, ma certamente dolorosa per un’altra famiglia che fino all’ultimo aveva sperato in un miracolo. Il tonfo di un gelato caduto sul pavimento spazzò via di colpo i miei pensieri, mi guardai attorno senza capire. Margherita non era più accanto a me, improvvisamente era sparita. La vidi attraversare la strada, in gran fretta, per poco una macchina non l’aveva messa sotto. Le corsi dietro senza rendermi conto di cosa stava accadendo, lei intanto, a gran passi aveva infilato il cancello dell’ospedale e adesso saliva le scale a due a due senza fermarsi ai miei continui richiami. La trovai accanto al tuo letto, la chiamai e lei si girò verso di me. Vidi i suoi occhi dietro un tremolio di lacrime, le sue mani mi fecero segno di non avvicinarmi, quasi volesse proteggermi da una vista troppo dolorosa. L’abbracciai soffocando dentro il pianto: non potevo piangere dinanzi ad una bambina di tredici anni a cui era appena morto il padre. La strinsi forte speravo che il mio abbraccio le potesse dire tutte le cose che non sapevo dire in un momento come quello. “Papà non c’è più – mi disse singhiozzando- io ho sentito che se ne stava andando per questo sono corsa via”. Quante cose inspiegabili ci sono nella vita che noi quasi sempre affidiamo al caso. L’unica certezza su cui ci muoviamo è quella di essere circondati dall’ignoto. Dopo qualche minuto ci raggiunse Mimmo. L’organo era finalmente arrivato. Sarebbe stato donato ad un’altra persona, avrebbe salvato un’altra vita, la tua… era volata via.
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