AIDO Regionale Emilia-Romagna

www.aido.it/bologna__regionale_
« indietro

COME INCREMENTARE I TRAPIANTI? CERCA DI RISPONDERE IL SECONDO INCONTRO DEL CICLO ORGANIZZATO DA ANED EMILIA-ROMAGNA

13/11/2011
Prosegue il cammino dell’approfondimento voluto da ANED Emilia-Romagna su “I trapianti di rene (ma non solo). Il migliore utilizzo delle scarse risorse / Questioni scientifiche poste dal punto di vista, e per una più fruibile informazione, dei malati”. La seconda tappa, lo scorso 30 settembre, verteva specificamente su “INCREMENTARE I TRAPIANTI”. Dopo il saluto del Segretario regionale Sansoni, i due moderatori hanno introdotto la sessione con parole assai poco ‘di circostanza’: Anna Maria BERNASCONI (Presidente nazionale ANED) affermando fra l’altro che il primo diritto di un paziente dializzato bisognoso di trapianto è quello di entrare subito in lista di attesa, e Carlo BUZIO (Direttore U.O. Nefrologia Azienda Ospedaliera di Parma) sottolineando che con il trend attuale, al termine del 2011 risulteranno eseguiti non più di 130 trapianti di rene nell’anno, veramente pochi. Ad Alessandro NANNI COSTA (Direttore del Centro Nazionale Trapianti - Roma) il compito di sviluppare il tema “Domanda e offerta nei trapianti renali. L’organizzazione ottimale delle attività di trapianto”. Molto ricca e dettagliata la sua esposizione, incentrata sui risultati di un recente studio nazionale, mirato a fare il punto della situazione, che è stato sottoposto alla Conferenza Stato-Regioni per le conseguenti determinazioni. Il panorama italiano comprende 13 “operatori di lista” – 1 per l’area interregionale NIT più 1 per ciascuno degli altri coordinamenti regionali – e, tanto per cominciare, individua purtroppo in oltre due anni e mezzo il tempo medio intercorso fra l’entrata in dialisi e l’inserimento in lista di attesa per il trapianto. Risulta evidente già da queste premesse quanto sia delicata l’operazione di individuare il ricevente ottimale per ogni organo disponibile, e quanto alta sia l’esigenza della massima trasparenza. Per questo, l’individuazione è guidata dall’osservanza combinata di numerosi criteri, classificati come - biologici, primo dei quali la compatibilità tissutale secondo il sistema HLA, con priorità per i pazienti iperimmunizzati; - clinici, ad esempio la considerazione della ‘anzianità’ del bisogno di trapianto, mentre è invece sempre più difficile rispettare la vicinanza d’età con il donatore, se il ricevente è un giovane adulto; - organizzativi, laddove il luogo di residenza e la velocità di trasferimento del possibile ricevente hanno evidentemente un notevole peso, mentre non è quasi mai determinante la provenienza del donatore, in virtù della velocità e dell’efficacia raggiunte dal trasporto degli organi. In sostanza, ha sottolineato con forza il dr. Nanni Costa, bisogna raggiungere un delicato equilibrio fra compatibilità cliniche e criteri di giustizia, per non penalizzare i pazienti ‘difficili’. “L’inserimento in lista per trapianto e tempi di attesa. Diritto di scelta. Diritto alla migliore cura” era l’argomento affidato al secondo relatore, Luigi CATIZONE (Direttore U. O. Nefrologia Azienda Ospedaliera di Ferrara e Presidente SIN Sezione E-R). Premesso che la deontologia medica è rigorosa rispetto ai diritti dei pazienti, va detto che la complessità dell’interazione fra i tanti fattori in gioco produce l’esigenza di un surplus di tutela; e infatti la “carta dei servizi” del Centro di Riferimento Trapianti della nostra regione scende nei particolari della specifica attività. Sono però gli eloquenti dati numerici ad acuire l’attenzione verso queste discipline sanitarie, e a rendere più ‘sensibili’ le attese dei pazienti e dei familiari: negli ultimi anni i dati dei trapianti sono sostanzialmente stazionari, e forte è ancora l’opposizione alla donazione; in regione passano in media 14 mesi fra l’inizio della dialisi e l’inserimento in lista; infine, il tempo medio di attesa per un trapianto di rene in Emilia-Romagna è purtroppo di tre anni. E fra gli interventi auspicati per ridurre tale durata, non vi sono soltanto l’incremento delle donazioni e quindi dei trapianti, e la creazione di una corsia preferenziale per l’esecuzione degli esami laboratoristici ai pazienti – il cui inserimento in lista deve essere velocizzato – ma anche la corretta valutazione del carico di lavoro degli operatori, che è maggiore nell’attività pre e post trapianto di rene rispetto a quella di un ambulatorio nefrologico ‘standard’. È stata poi la volta di Matteo RAVAIOLI (Dipartimento di Chirurgia Generale e dei Trapianti Azienda Ospedaliera di Bologna) che, in sostituzione del Direttore Antonio Daniele Pinna, ha portato all’attenzione dei presenti “Tutte le opportunità di trapianto. Il trapianto da vivente. L’utilizzo degli organi marginali”, aggiungendo ulteriori elementi di conoscenza di una branca di attività in cui le specificità sono talvolta determinanti. Infatti, se è vero che in Italia la proporzione numerica fra i pazienti trapiantati e quelli in dialisi è di circa il 20%, cioè notevolmente bassa, è altrettanto vero che, ad esempio nelle patologie epatiche, deve essere valutato con molto rigore il beneficio vitale derivante dalla sostituzione dell’organo, poiché con certi parametri si sopravvive di più in lista d’attesa che dopo il trapianto. È un fatto che alcuni fattori sono cambiati, ed esigono l’adeguamento delle soluzioni; ad esempio, è sensibilmente aumentata l’età sia dei donatori che dei riceventi, cosa che giustifica l’utilizzo anche di organi in condizioni biologiche non perfette – ma sani, ovviamente – tanto che a Bologna i reni cosiddetti “marginali” sono ormai il 40% di quelli trapiantati, ed offrono ‘prestazioni’ più che accettabili, semmai migliorate dall’impianto di due reni nello stesso paziente. Ed anche il trapianto di rene da vivente deve essere incrementato, non solo per supplire alla insufficiente disponibilità di organi da cadavere, ma anche perché l’andamento clinico post trapianto è migliore. La quarta presentazione ha avuto come protagonista Gabriella CANGINI, (Psicologa psicoterapeuta U. O. Nefrologia Dialisi e Trapianto Azienda Ospedaliera di BO) su una componente dell’attività trapiantologica che sempre più spesso richiama ascolto e riflessione: “Dalla valutazione psicologica dei riceventi all’aiuto ai famigliari dei donatori”. L’excursus in apertura ha illustrato brevemente l’evoluzione della letteratura su psicologia e trapianto, che ha mosso i primi passi negli anni ’60; l’attenzione anche alle famiglie dei trapiantati però non ha più di 30 anni, ed ancora più giovane è il riconoscimento della centralità del concetto di “qualità di vita” e della sua percezione individuale. Non c’è dubbio che quanto maggiore è la motivazione e la consapevolezza del paziente soggetto di trapianto, tanto maggiore è la ‘compliance’ (cioè accettazione/collaborazione) rispetto al percorso terapeutico; quindi la valutazione psicologica deve occuparsi innanzi tutto della situazione precedente al trapianto, ed analizzare gli aspetti attinenti l’area cognitiva e quella emotiva, nonché quelli dell’eventuale abuso di sostanze. Come si può ben immaginare, i fattori sotto esame sono quanto mai compositi anche da ‘misurare’, e la loro interazione è grandemente sfaccettata; di conseguenza, la valutazione ottimale è difficile, soprattutto in presenza di situazioni al limite, ma diventa ancora più complessa in caso di donatore vivente. Pertanto, in questa disciplina forse più che in altre, è fondamentale il lavoro di équipe. Ha preso infine la parola Anna Maria BERNASCONI su “La legislazione vigente è ottimale?”. Il punto interrogativo lascia intendere che vi sono motivi di dubbio, ma prima di entrare nel merito la Presidente ANED ha fornito una interessante panoramica delle precedenti normative: dalla prima legge, risalente al 1957, che ha rappresentato una spinta sociale, alla legge ‘globale’ del 1975, che aveva delle importanti criticità, fra cui il ruolo preminente dei familiari, la finalizzazione dell’accertamento di morte al possibile prelievo di organi, la incompiuta organizzazione sanitaria mirata. Negli anni ’90 arrivano le vigenti norme sul prelievo ed innesto di cornea, sull’accertamento di morte, e naturalmente la n. 91/1999 su prelievi e trapianti di organi tessuti e cellule, con i suoi numerosi contenuti qualificanti: il passaggio dalla non opposizione al consenso esplicito, la formalizzazione della volontà del cittadino, l’accertamento di morte non finalizzato, le azioni positive di informazione e sensibilizzazione, l’organizzazione sanitaria dedicata - ‘a rete’ e informatizzata, la figura del coordinatore locale, la formazione ed il coinvolgimento degli operatori. Purtroppo non mancano le spine, per ovviare alle quali tuttavia potrebbe essere sufficiente una buona ‘rilettura’: il regionalismo, con conseguente disomogeneità di comportamento degli operatori, che in questo settore fa rimpiangere la mancanza di una politica nazionale; l’acquisizione ‘legale’ della manifestazione di volontà, con tanto di notifica formale della relativa comunicazione, la cui macchinosità - improponibile anche per i costi, induce ad auspicare che sia permanente il regime transitorio descritto dall’art. 23. Al termine delle relazioni, le risposte alle domande del pubblico – soprattutto da parte di pazienti – hanno chiarito aspetti specifici. Di carattere generale, invece, due nette affermazioni di segno opposto: la positiva, che il sistema italiano è quello che offre la maggiore trasparenza; la negativa, che i fondi destinati al trapianto risultano ultimamente decurtati dell’88%, ciò che ovviamente obbliga tutto il comparto al massimo rigore ed alla più capillare razionalizzazione, per salvaguardare comunque l’alta qualità raggiunta. Il saluto finale è stato un arrivederci al terzo ed ultimo appuntamento del ciclo, venerdì 16 dicembre, dedicato a “Iniziative per sensibilizzare alla donazione degli organi”. Nelle foto: i relatori e/o moderatori (da sinistra) A. Nanni Costa, C. Buzio, A.M. Bernasconi, L. Catizone, M. Ravaioli (la targhetta non porta il suo nome), G. Cangini; una panoramica degli spettatori.
torna su