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MINITOURNÉE DI FRANCESCO ABATE NELLA NOSTRA REGIONE, CON LO SPETTACOLO “È COLPA TUA”

16/04/2013
Riparte dalla Romagna, Forlì – e si conclude a Rubiera (RE) – il viaggio in regione dello spettacolo “È colpa tua”, che lo scrittore e giornalista sardo Francesco ABATE ha costruito ispirandosi al romanzo “Chiedo scusa”, scritto con Saverio Mastrofranco (pseudonimo dell’attore Valerio Mastandrea), edito da Einaudi nel 2010 e ripresentato in formato tascabile dalla prestigiosa casa editrice piemontese. Lo accompagnano gli stessi che lo scorso novembre erano stati coprotagonisti del debutto in Emilia-Romagna di questa nuova avventura: Matteo SAU e Filippo MUNDULA, che con chitarra e contrabbasso prendono per mano le sue parole rafforzandone la potenza comunicativa, ed Enrico SPANU che arricchisce con immagini e video il ventaglio di storie da raccontare e immaginare. Al suo arrivo in Emilia, la ‘squadra sarda’ sarà accolta dal presidente AIDO Regionale Stefano CRESCI, che introdurrà la serata a Fontanellato (PR); mentre al termine – in questa come nelle altre tappe – il pubblico avrà la possibilità di dialogare con l’autore. Una consolidata intesa quella tra Francesco Abate ed AIDO, che nasce dal desiderio dello scrittore di esprimersi su questi temi in un contesto ad essi sensibile, e dall’intento dell’Associazione di arrivare con il messaggio culturale del dono a più ampi strati della popolazione. Definire “È colpa tua” non è cosa semplice. Si potrebbe descriverlo come un racconto di molteplici vicende umane (espresse attraverso parole, immagini, musica e silenzi laceranti): un mezzo per colpire il pubblico con un messaggio quanto più possibile diretto e chiaro. Abate affida il messaggio a tre vicende, a loro volta paradigmatiche di tante storie simili: vicende che, per prima cosa, ci insegnano che la malattia non è una colpa. Non la può essere, anche se tuttora (nell’era post-moderna) siamo – sia sani che malati – vittime del pregiudizio per cui essa viene considerata una punizione divina per i peccati commessi e, di conseguenza, una cosa da nascondere, di cui vergognarsi. Questi tre frammenti di vita vissuta ci aiutano a capire che, così come fatichiamo a concepire la fine della nostra esistenza, allo stesso modo non riusciamo ad accettare l’idea che la malattia sia un fatto naturale. Quante volte, infatti, quando eventi negativi ci toccano da vicino, pensiamo “Ma perché proprio a me? A lui? A lei?”, dimenticandoci che, appunto, la sofferenza non può essere considerata un castigo, una prova terribile che è o dovrebbe essere destinata solo ai ‘cattivi’. Ne deriva che le tre storie sono un risarcimento verso i loro protagonisti, ma chi può e deve renderlo concreto non è tanto chi le racconta, quanto qualunque persona sana che le ascolti. Se, infatti, calato il sipario, si comprenderà che la malattia non è una colpa, chi è sano deve anche capire che è, invece, una colpa non rendersi conto che la propria condizione è uno stato di grazia, e non un premio per la propria dirittura morale; che è una colpa giudicare ed emarginare un malato; che non è possibile non farsi carico del dolore altrui perché si è convinti che quel male non ci riguardi. L’intenso gioco di squadra dei protagonisti sulla scena rende lo spettacolo anche una metafora del trapianto stesso: per entrambi, infatti, la buona riuscita dipende dalla perfetta sincronia tra tutti i soggetti coinvolti, compreso – nel caso dello spettacolo – il pubblico in sala.
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