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SECONDO INCONTRO DEL LABORATORIO REGIONALE SULLE ‘MEMBRANE SOCIALI’

30/04/2013
Prosegue il cammino promosso dall’Osservatorio Regionale del Volontariato (ORV), attraverso i vari Comitati Paritetici Provinciali (CPP), che porta al centro della riflessione il ruolo di ‘membrana sociale’ – socializzazione tra concittadini non prossimi e non simili tra loro – svolto dal volontariato. Il 13 aprile, a Ravenna, l’attenzione è andata al rapporto con le istituzioni, non tanto per discutere delle forme tradizionali della sussidiarietà e per valutare i ‘tavoli’ esistenti, quanto piuttosto per scandagliare le possibili innovazioni capaci di far entrare davvero nelle stanze dei servizi un modo di intendere le relazioni come scambi reciproci, non burocratizzati, sempre diversi poiché intessuti con le circostanze. Sotto gli auspici delle tre Amministrazioni provinciali della Romagna, il saluto di benvenuto è stato espresso da Eleonora PRONI, assessore Politiche Sociali e Sanitarie della Provincia di Ravenna, seguita da Teresa MARZOCCHI, assessore regionale Promozione delle Politiche Sociali, le quali hanno in sostanza richiamato alcuni punti fermi da cui partire, come il fatto che i rapporti fra volontariato e istituzioni funzionano abbastanza, ma possono e devono migliorare, e che la burocrazia è inevitabile, ma va ridotta il più possibile; in ogni caso, non dobbiamo mai dimenticare che la crisi che vive il nostro Paese è non solo economica ma soprattutto etica, e quindi il volontariato – che ha alla base l’attenzione ai bisogni degli altri – è il perno del suo possibile superamento. Nel merito dell’iniziativa è entrata Laura GROPPI, portavoce dell’ORV, coadiuvata da Giovanna BARONI, presidente del CPP di Ravenna e da Alfonso RAVAIOLI, presidente del CPP di Forlì-Cesena; mentre dal rappresentante del CPP di Rimini, purtroppo, è venuta soltanto la denuncia del grave stallo dell’organismo, sciolto per la persistente mancanza di partecipazione della componente istituzionale. Come nel primo incontro – a Fiorenzuola d’Arda (PC) il 16 febbraio scorso – la relazione introduttiva è stata presentata dalla sociologa Vincenza PELLEGRINO, docente di Politiche Sociali all’Università di Parma, e di Metodologia della Ricerca Sociale alla Scuola Internazionale Studi Avanzati di Trieste, la quale si è fatta aiutare da quattro testimonianze per l’individuazione dei ‘fili rossi’ da sottoporre alle considerazioni dei previsti gruppi di lavoro: RITA (Federazione Diabetici Emilia-Romagna) – GILBERT (Associazione Stella Nostra) – don ALBERTO (Caritas Ravenna) – DOMENICO (Centro Servizi per il Volontariato Ravenna). La discussione nei quattro gruppi è stata quindi la parte preponderante del seminario. Partita un po’ in sordina, come sempre succede, si è poi animata e arricchita, fedelmente registrata dai rispettivi coordinatori che al termine hanno riferito in riunione plenaria. 1) Sussidiarietà/delega – La lamentela è forte e condivisa: l’ente pubblico non ha più risorse e tende a sfruttare il volontariato, oltre tutto senza curarsi del processo partecipativo, ad esempio ignorando le esigenze dei volontari riguardo agli orari delle riunioni, e soprattutto non mettendo a disposizione figure professionali adeguate. D’altronde è il volontariato stesso a porsi in una condizione di debolezza, innanzi tutto per la sua frammentazione che genera interventi separati e paralleli, e addirittura concorrenza fra associazioni. Comunque, se il volontariato a volte si sostituisce alle istituzioni, le conoscenze e le esperienze del primo non sono però fatte proprie dagli amministratori, i quali anzi talvolta instaurano rapporti privilegiati con formazioni del Terzo Settore per ragioni che nulla hanno a che fare con i reali bisogni del territorio. In conclusione, un modo per avviare a superamento tali criticità potrebbe essere quello della formazione congiunta di tutti i soggetti coinvolti, sia delle istituzioni pubbliche che delle associazioni. 2) Rappresentanza/rappresentatività – Si prende atto innanzi tutto che la rappresentanza nel mondo del volontariato corre gli stessi rischi che si osservano in altri contesti, come quello politico: delega, risentimento degli altri, selezione per competenze tecniche, competizione; d’altro canto da parte di alcune istituzioni pare esservi poco riconoscimento. Quindi ci si chiede come innovare il dispositivo della rappresentanza per privilegiare la rappresentatività, e gli strumenti potrebbero essere: fare rete tra esperienze non andando per piccoli segmenti di problemi ma per aree più vaste; coordinarsi e confrontarsi di più, evitando di burocratizzare il confronto; mettere al centro il processo continuo di scambio, anche conducendo le istituzioni nei nostri luoghi e non viceversa; spingere per una nuova cultura della leadership a turno e collaborativa, facendo formazione sul senso del coordinamento e sulla figura del leader. 3) Deburocratizzare – Bisogna riconoscere che la burocratizzazione è purtroppo contagiosa, e che ha invaso anche le organizzazioni del Terzo Settore. Fermo restando che nell’ente pubblico la formalizzazione di atti e procedure è inevitabile, nel rapporto con l’istituzione il volontariato deve passare dalla rivendicazione alla corresponsabilità, assumendo autorevolezza attraverso la proposta ed il sostegno di soluzioni creative. Ciò significa anche superare l’autoreferenzialità presente in entrambi gli interlocutori, riconoscere la legittimità dei tempi dell’altro, compreso quello costituito dagli orari, che per i volontari diventano discriminanti della partecipazione stessa. Lo scopo comune non deve essere dato per scontato,bensì esplicitato e ribadito; come devono essere condivise manifestamente la fatica del lavoro e l’accettazione consapevole dei rispettivi limiti. Certamente se l’organizzazione di volontariato si presenta solo come ricercatrice di benefici, si pone in una posizione del tutto sterile. 4) Comunicazione sociale – Le associazioni comunicano quello che sono, il loro essere espressione di una comunità; è utile quindi che si facciano vedere ed apprezzare, senza lasciarsi frenare da timidezze o eccessi di sobrietà. Attenzione però: non si comunica bene se non si è credibili, con contenuti e proposte di qualità e superando l’atteggiamento rivendicativo, anche con un forte senso identitario, ma soprattutto con le azioni concrete; resta tuttavia l’importanza delle iniziative rituali, quelle per farsi vedere e riconoscere dagli altri in un contesto che ha tanti soggetti collettivi, molti dei quali bravi a comunicare più del volontariato. Pesa comunque una diffusa difficoltà che è insieme strategica e tattica: in generale, il volontariato è ancora poco consapevole delle cose che ha da dire, e d’altra parte è impacciato nell’uso dei nuovi media, e fatica ad ottenere visibilità sui canali non specializzati, operazione comunque impegnativa e costosa. Al termine, le sottolineature della relatrice hanno anche gettato un ponte verso il terzo e conclusivo incontro, previsto a Bologna l’11 maggio.
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